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La scomparsa di Adorni. Fino all’ultimo uno di noi

24.12.2022
5 min
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Ci sono vittorie che restano stampate nella memoria in maniera indelebile. Immagini che ti porti dietro da quando eri ancora giovanissimo. La vittoria di Vittorio Adorni a Imola ’68 è una di queste. Immagini Rai di un corridore che si avvicina al traguardo senza neanche spingere, cosciente che il più era fatto, sicuro di stare vivendo il suo momento clou, che vale un’intera carriera. Immagini – e usiamo ancora lo stesso termine volutamente – quasi offuscate, come se una leggera nebbia le contornasse. Succede quando qualcosa si ammanta di leggenda.

Vittorio Adorni, che ci ha lasciato a 85 anni, è stato professionista dal 1961 al ’70. Ha mollato il professionismo abbastanza presto, dopo una carriera con pochi risultati di spicco, ma di quelli che ti spediscono di diritto nella storia. Non solo il mondiale, ma anche il Giro d’Italia del 1965, il suo anno migliore, nel quale aveva anche sfiorato la vittoria sia alla Milano-Sanremo, sia alla Liegi-Bastogne-Liegi (tre podi di fila dal 1963 senza mai trovare il guizzo decisivo). Alla fine portò comunque a casa 42 vittorie: quanti possono ancora oggi dire lo stesso?

L’arrivo solitario di Adorni a Imola, ai Mondiali del ’68 dopo una fuga infinita
L’arrivo solitario di Adorni a Imola, ai Mondiali del ’68 dopo una fuga infinita

Corridore e poi commentatore

La storia di Adorni però non finì con la chiusura della carriera agonistica, anzi. Dopo alcuni anni come direttore sportivo, il parmense si affermò come commentatore televisivo tra i più arguti, elegante anche quando entrava in polemica. Un autentico signore, che non ha mai fatto mancare all’interlocutore gentilezza mista a una profonda conoscenza della materia ciclistica, che non è mai venuta meno.

La recente scomparsa di Ercole Baldini lo aveva profondamente toccato e a questa è legato un ricordo recente. Per commentare la figura dell’olimpionico di Melbourne ’56 avevamo pensato proprio ad Adorni, che gli era profondamente legato avendolo avuto sia per capitano in corsa, sia per direttore sportivo. La salute era già molto cagionevole, ma dopo qualche giorno Adorni ha risposto.

Tantissime le interviste e le presenze in Tv. Adorni è stato anche Assessore allo Sport
Tantissime le interviste e le presenze in Tv. Adorni è stato anche Assessore allo Sport

Il dolore per Baldini

Voce malferma, ma mente ancora lucidissima, in quei pochi minuti l’ex campione aveva dato libero flusso ai ricordi: il timore reverenziale quando si trovò nella stessa squadra con il campione romagnolo. La confidenza che piano piano univa due caratteri molto aperti, anche se diversi. Il connubio fra il corridore e il direttore sportivo che, prima di tutto, erano amici. Non è sempre facile trovare la giusta alchimia, ma Adorni ricordava bene come Baldini fosse un diesse prodigo di consigli, mai severo, ma comunque attento e perfettamente in linea con il suo ruolo. Come a dire: amici sì, ma io sono il dirigente e tu il corridore, lavoriamo insieme per il massimo risultato.

Adorni non ci aveva voluto far mancare la sua disponibilità, anche se la sua salute stava rapidamente peggiorando. Proprio la scomparsa di Baldini lo aveva toccato profondamente, pochi d’altronde erano gli anni che li separavano. Con il parmense se ne va un altro pezzo di un’epoca d’oro del ciclismo, quella immediatamente successiva ai campioni a cavallo della Guerra e che avevano contraddistinto gli anni Cinquanta. Il parmense era l’espressione di quella nuova generazione che, a ben guardare, era ugualmente ricca di campioni e anche di storie capaci di far sognare. Lui come Gimondi, come Merckx con il quale condivise anche le prime esperienze del belga da pro’, accorgendosi subito che era qualcosa di diverso da tutti gli altri, qualcosa di mai visto.

Il parmense in maglia rosa al Giro 1965. Nello stesso anno Gimondi, compagno di team, vincerà il Tour
Il parmense in maglia rosa al Giro 1965. Nello stesso anno Gimondi, compagno di team, vincerà il Tour

Idolo del suo tempo

Forse anche per il suo sguardo sorridente e allo stesso tempo affascinante, per la sua capacità anche di vivere la ribalta televisiva nelle interviste, Adorni è rimasto impresso nella storia del ciclismo italiano pur senza dover snocciolare un curriculum di successi infinito. Tanti ragazzi ai suoi tempi erano diventati suoi tifosi e lo consideravano un grande: quel titolo mondiale sulle strade di Imola, neanche tanto lontano da casa, con tanta gente ad applaudirlo e osannarlo vedendolo vestire la maglia iridata, sembrò quasi il giusto premio per le sue capacità. Era un campione del mondo più che degno.

La televisione era quasi la sua seconda casa. Fece anche il conduttore di un telequiz, tra l’altro nello stesso anno del suo titolo mondiale, sulla giovanissima Seconda Rete, l’odierna Rai 2. Non si contano neanche le sue ospitate al Processo alla Tappa, nel quale non faceva mai mancare giudizi magari anche al vetriolo, quando serviva, anche se era difficile poi mettersi a litigare e creare le veementi discussioni di tanti talk show contemporanei, troppa la sua eleganza e la sua competenza.

La maglia iridata vestita nel 1969. L’emiliano chiuderà l’anno successivo la sua carriera
La maglia iridata vestita nel 1969. L’emiliano chiuderà l’anno successivo la sua carriera

Il suo valore nel ciclismo italiano

Quella competenza che si sentiva anche qualche giorno fa, parlando di Baldini. Ripensare a quelle parole, spesso ripetute per marcare il concetto, suona quasi come un suo epitaffio. «Il suo valore nel ciclismo italiano è stato forse sottovalutato perché non ha vinto tantissimo, ma come qualità delle sue vittorie in pochissimi sono in grado di stargli al passo». In fin dei conti, questo concetto si attaglia anche alla sua figura come un vestito su misura…

Bennati, al Tour hai scoperto nemici degli azzurri?

31.07.2022
5 min
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C’è chi il Tour lo ha guardato con occhi professionali, attenti, con un taccuino intriso di appunti. C’è chi ogni tappa, ogni azione della Grande Boucle l’ha proiettata verso i prossimi appuntamenti, l’europeo di Monaco di Baviera e il mondiale di Wollongong. E questo lavoro lo ha fatto per la prima volta, perché Daniele Bennati (nella foto di apertura con l’ex re del Tour Bradley Wiggins) freme nell’attesa del suo esordio assoluto nelle gare titolate, vero culmine di un lavoro che dura un anno intero.

Ogni frazione della corsa francese è stata passata al setaccio, ma parlando dell’Europeo, anche se mancano ormai solo poco più di due settimane, le indicazioni arrivate non sono tantissime perché quasi tutte le nazionali, come d’altronde quella azzurra, devono ancora annunciare i loro effettivi. Qualcosa però è già arrivata alle orecchie di Bennati: «Il Belgio incentrerà la sua squadra su Tim Merlier, la Francia su Arnaud Demare, l’Olanda su Fabio Jakobsen, dei tre è l’unico che è uscito dal Tour».

Jakobsen Tour
Fabio Jakobsen, punta olandese agli europei di Monaco. Bennati pensa a un arrivo in volata. Da scongiurare?
Jakobsen Tour
Fabio Jakobsen, punta olandese agli europei di Monaco. Bennati pensa a un arrivo in volata. Da scongiurare?
Una tappa l’ha vinta, ma per il resto non ha particolarmente brillato forse anche perché non è stato certo un Tour per velocisti…

E’ vero, è stato un Tour atipico che ha offerto ben poche occasioni agli sprinter. Jakobsen si è fatto trovare pronto cogliendo una vittoria in una corsa che è stata disputata sempre a un’altissima intensità. Al momento che contava c’era e questo per me conta molto, forse fra tutti è il più temibile.

Hai menzionato tre velocisti puri.

Tutti e tre molto forti. Demare abbiamo visto al Giro che cosa ha fatto, Merlier è molto giovane e quest’anno per problemi fisici ha corso poco, ma sta preparando con attenzione proprio l’appuntamento europeo. E’ gente che sa vincere nei grandi giri, sa orchestrare la squadra, so che si presenteranno al via in forma.

Van Aert Tour
Per il cittì azzurro Van Aert è il netto favorito per l’iride. Sarà da capire la sua tattica
Van Aert Tour
Per il cittì azzurro Van Aert è il netto favorito per l’iride. Sarà da capire la sua tattica
Tornando a Jakobsen e a chi esce dal Tour, il fatto che dalla sua fine del 24 luglio alla gara del 14 agosto passeranno tre settimane è un vantaggio o uno svantaggio?

Non la porrei in questi termini. Se capita una situazione come quella dello scorso anno, con appena 6 giorni di differenza fra Tour e Olimpiadi, è chiaro che chi esce da una corsa di tre settimane ha una condizione migliore rispetto agli altri. Dopo tre settimane il livello si uniforma, ma non per questo chi è uscito dal Tour perde di condizione. Molto poi dipenderà dalla corsa, dal tracciato e soprattutto da come essa si svilupperà tatticamente.

Allarghiamo il discorso ai mondiali, quindi considerando un tracciato più mosso e complicato di quello tedesco. La maglia gialla Vingegaard la vedi un possibile protagonista?

Mi pare difficile proprio perché ha specifiche caratteristiche da corridore per grandi giri, nelle classiche non ha mai ottenuto particolari risultati. Il mondiale oltretutto è sì impegnativo, ma per corridori più esplosivi, capaci della sparata in grado di far esplodere la corsa. Sinceramente non lo vedo un fattore, a differenza ad esempio di Pogacar.

Pogacar Tour
Pogacar potrebbe essere uno dei favoriti ai mondiali. Salterà la Vuelta per prepararli
Pogacar Tour
Pogacar potrebbe essere uno dei favoriti ai mondiali. Salterà la Vuelta per prepararli
La sconfitta patita in Francia potrebbe essere un ulteriore stimolo per lo sloveno?

Da quel che leggo mi pare proprio di sì, Tadej ha scelto di rinunciare alla Vuelta per preparare con cura l’appuntamento mondiale. Non dimentichiamo che Pogacar è uno dei pochissimi corridori che può vincere tanto un grande giro quanto una classica, a dimostrazione della sua completezza. Quando programma un appuntamento arriva sempre in grande condizione, sarà un corridore molto temibile.

Su Van Aert che idea ti sei fatto?

Sarà il favorito numero uno, non si discute. E’ quello che ha dato più spettacolo in terra francese, ha vinto praticamente dappertutto, attaccava all’inizio delle tappe oppure si giocava la vittoria alla fine. Si è anche prestato al ruolo di luogotenente per Vingegaard. Considerando il percorso di Wollongong sarà il pericolo principale proprio perché potrà cambiare tattica a suo piacimento e noi dovremo essere bravi a capire le sue intenzioni e correre di conseguenza.

Kamna Tour
Il tedesco Kamna, protagonista a Giro e Tour. In Australia potrebbe attaccare da lontano, va seguito
Kamna Tour
Il tedesco Kamna, protagonista a Giro e Tour. In Australia potrebbe attaccare da lontano, va seguito
Van Der Poel invece è stato una delusione, te lo saresti aspettato?

Per certi versi sì. Aveva corso un Giro d’Italia come se ogni tappa fosse una classica, dilapidando un patrimonio di energie, senza una strategia ben delineata. Poi è andato in altura e per sua stessa ammissione qualcosa non ha funzionato. Anche per un fuoriclasse il fisico a un certo punto chiede il conto. Era partito con tante velleità, ma non aveva la condizione giusta per supportarle. Se si riprende in questo lasso di tempo, in Australia potrebbe comunque avere un peso importante.

Proviamo un nome a sorpresa: Kamna…

Per ora il tedesco è uno di quei corridori che si esaltano nei grandi giri, che vivono giornate eccezionali entrando in azioni da lontano, ma non ha un grande curriculum nelle classiche d’un giorno, almeno non di recente. Può essere però un nome da tenere sotto controllo proprio perché da lui può scaturire un’azione da lontano e dovremo essere bravi nel caso a piazzare qualche nostro uomo alle sue calcagna, per costringere le altre squadre a lavorare e dispendere energie.

Iserbyt 2022

Iserbyt a cuore aperto: quel mondiale fa ancora male…

20.02.2022
5 min
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Questa è la prima domenica di riposo per Eli Iserbyt dopo molte settimane, tra gare e viaggi, una stagione iniziata prestissimo la sua, a settembre quando si presentò nella lunga trasferta americana di Coppa del Mondo ponendo le basi della sua conquista del trofeo di cristallo. Fino all’ultima gara, il campione belga della Pauwels Sauzen Bingoal ha cercato di mantenere alta la concentrazione evitando ogni distrazione, ma si sente dalla sua voce come finalmente sia più rilassato, dopo un anno vissuto sempre al massimo.

In stagione Iserbyt ha messo in carniere ben 14 successi, metà dei quali nel circuito di Coppa del Mondo, andando a conquistare con corposo anticipo il trofeo di cristallo: «Esserci riuscito in anticipo mi ha dato molta soddisfazione, anche se la gara che mi è piaciuta di più è stata quella di Koksijde, la settima prova. Non eravamo neanche a metà del cammino, ma quella vittoria mi ha dato la consapevolezza di quello che potevo fare. E’ stato il momento più bello dell’anno».

Iserbyt Gavere 2022
Iserbyt è nato nel 1997. Vanta 2 titoli mondiali U23 e 3 europei in ogni categoria (foto Davy De Blieck)
Iserbyt Gavere 2022
Iserbyt è nato nel 1997. Vanta 2 titoli mondiali U23 e 3 europei in ogni categoria (foto Davy De Blieck)
Come giudichi nel complesso la tua stagione?

Sicuramente è stata buona, non potrebbe essere altrimenti considerando il numero di successi parziali e le due principali challenge della stagione conquistate (Coppa del Mondo e Superprestige, ndr). Non posso che essere felice per come sono andate le cose.

Quanto ha influito la scarsa presenza di Van Aert e Van Der Poel, almeno rispetto al passato nello sviluppo della stagione?

Intanto Van Aert ha gareggiato per oltre un mese e la sua presenza in gruppo si è sentita molto. Si sapeva già da prima che quest’anno avrebbero privilegiato la preparazione per la strada, poi Van Der Poel ha avuto i problemi che sappiamo e non si è praticamente visto. E’ chiaro che la loro presenza o meno cambia gli equilibri quando non ci sono, ma la medaglia va guardata da entrambi i lati, significa anche che bisogna farsi trovare pronti quando si presenta l’occasione.

Molti ricordano ancora molto bene la tua terribile caduta di Heusden 2020, con il grave infortunio al braccio. Quando è stato importante per te vincere due challenge un anno dopo?

Molto, hanno avuto un significato particolare perché quell’incidente mi aveva lasciato qualche incertezza, anche se ero tornato a gareggiare prima della fine della stagione, ma non ero io. La ripresa è stata lunga e lenta. Il team mi è stato molto vicino, non mi ha mai fatto pressione per farmi approcciare la stagione nel modo giusto dopo l’infortunio e i risultati si sono visti.

Iserbyt Koksijde 2021
La vittoria di Koksijde lo ha lanciato verso la conquista della Coppa del Mondo
Iserbyt Koksijde 2021
La vittoria di Koksijde lo ha lanciato verso la conquista della Coppa del Mondo
Durante l’inverno tu hai detto «Meglio vincere 5 gare senza Van Aert e Van Der Poel che 2 contro di loro», non hai però paura che la loro assenza svilisca un po’ le tue vittorie?

Confermo quel che ho detto e non l’ho detto per timore reverenziale nei loro confronti, due anni fa un paio di vittorie con loro presenti le ho ottenute e lo stesso ho fatto quest’anno con Pidcock. Il concetto che volevo esprimere è che una vittoria è una vittoria a prescindere, per me è importante vincere non guardando a chi c’è e chi non è presente, ma vincere il più possibile, guardando alle classifiche dei tornei e soprattutto a me stesso. Alla fine è l’obiettivo generale che conta. Io sono contento perché ho fatto bene il mio lavoro, la gente poi ricorda chi è primo, non chi non c’era…

Ripensando all’ultimo mondiale, quel bronzo messo in archivio ti ha lasciato più soddisfazione o delusione?

Entrambe le cose. Io ero partito per il massimo risultato e alla partenza ho visto che non ero nella forma che volevo, la corsa poi non si è messa al meglio per me. Alla fine ho ottenuto il massimo possibile in quelle condizioni ma chiaramente visto com’ero andato la domenica precedente mi aspettavo qualcosa di più.

Considerando mondiali ed europei, fra le varie categorie hai vinto 11 medaglie di cui 5 d’oro, però è innegabile che nelle competizioni titolate sembri soffrire il peso della responsabilità. Senti un particolare carico psicologico in quelle occasioni?

Questa è una bella domanda… E’ vero, non lo posso negare, le gare titolate non sono come le altre. Le soffro sempre un po’ alla vigilia ma non va dimenticato che sono ancora giovane, credo faccia parte del mio cammino di maturazione. Quando corro per un titolo e vedo che le cose non vanno come voglio, mi butto giù velocemente e questo non va bene. E’ un aspetto sul quale devo lavorare sapendo che mi aspettano tanti altri campionati da disputare.

Iserbyt Fayetteville 2022
Il podio mondiale, con Iserbyt alla destra dell’iridato Pidcock e dell’olandese Van Der Haar
Iserbyt Fayetteville 2022
Il podio mondiale, con Iserbyt alla destra dell’iridato Pidcock e dell’olandese Van Der Haar
Che cosa farai ora?

Mi dividerò fra gare su strada nel calendario belga e prove di Mtb, non mi dispiacerebbe prendere parte anche a qualche gara di Coppa del Mondo sulle ruote grasse, ma andrò avanti su entrambi i fronti, avendo però sempre in mente la preparazione per la stagione di ciclocross.

Non pensi che, se potessi competere su strada nel World Tour, potrebbe incidere favorevolmente nel ciclocross come avviene per i “3 tenori”?

Difficile dire se sarei più forte. Il discorso è più ampio: devo capire dove e come poter migliorare per portare il mio corpo alle sue migliori prestazioni. Guardo al futuro come a una scoperta per capire come andare sempre più forte nel ciclocross che è e sarà sempre il mio mondo.

Van Der Breggen 2021

La Van Der Breggen ha detto basta: «Era ora di cambiare»

17.02.2022
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C’è voluto un bel po’ di tempo per raggiungere Anna Van Der Breggen. Dopo la chiusura dell’ultima stagione, la campionessa olandese aveva deciso di tagliare un po’ i ponti con i media, prendersi un po’ di tempo per se stessa per assimilare un grande cambiamento. La “vincitrice di tutto” aveva infatti deciso di chiudere la sua carriera agonistica e rimettersi subito in gioco, salendo sull’ammiraglia della Sd Worx, un cambio non facile per il quale bisognava prendere le misure.

Anna è troppo innamorata di questo mondo per staccarsene, ma molti sono rimasti stupiti dalla sua scelta, considerando che a 32 anni e visti i risultati ottenuti c’era ancora margine per allungare la sua enorme striscia di successi, ma non ha avuto ripensamenti rispetto a quanto già si era prefissata a inizio 2021, né dalle sue parole si percepisce qualche rammarico.

«Penso che fosse il momento giusto – dice – avevo voglia di fare qualcos’altro, cambiare qualcosa nella mia vita. In fin dei conti con la chiusura del ciclo olimpico era tempo di farmi un esame generale, oltretutto l’ultima è stata nel complesso una buona stagione e per me era tempo di fermarmi».

vanvleuten_vanderbreggen_longoborghini_imola2020
Anna Van Der Breggen, qui a Imola 2020, vanta 3 titoli mondiali, 2 europei, 1 oro e 2 bronzi olimpici e ben 64 vittorie
vanvleuten_vanderbreggen_longoborghini_imola2020
Anna Van Der Breggen, qui a Imola 2020, vanta 3 titoli mondiali, 2 europei, 1 oro e 2 bronzi olimpici e ben 64 vittorie
Come hai avuto l’idea di passare dall’altra parte e diventare team manager?

Chiusa la mia carriera ho pensato che fosse giusto restituire qualcosa a questo mondo che mi ha dato tanto. Il ciclismo non mi ha dato solo vittorie, ma anche un enorme bagaglio di esperienze che sarebbe stato un peccato non sfruttare, non trasmettere alle altre. Penso che sia il modo giusto per continuare a coltivare la mia passione stando in ammiraglia, condividendo con le ragazze le vigilie e i dopo corsa. In un grande team come il nostro posso fare tanto, trovo questa nuova sfida molto eccitante come se fosse la partenza di una grande corsa.

Allarghiamo un po’ il discorso: quanto pensi influirà il ritorno del Tour de France nell’evoluzione del ciclismo femminile?

Credo che i cambiamenti siano sempre una cosa buona. Non c’è solo il Tour, sono state introdotte molte nuove gare, il calendario è decisamente migliorato. Chiaramente l’introduzione di una prova come il Tour è un grande passo, molta gente lo chiedeva, è una grande opera di promozione e credo che darà molta più immagine al nostro mondo.

A te dispiace non esserci?

No, ho vissuto il mio tempo e fatto le mie gare. Quando ho deciso di smettere sapevo che ci sarebbero state nuove corse, del Tour si parlava da tempo, ma credo che vada bene così.

Il Giro d’Italia dura 10 giorni, il Tour sarà di 6, la Vuelta di 4: pensi che il ciclismo femminile sia pronto per gare più lunghe, non come quelle degli uomini, ma di un paio di settimane?

Io credo che gare fino a 10 giorni di durata siano attualmente il limite giusto, non va dimenticato che i team femminili non hanno la profondità di quelli maschili, c’è una gestione ben diversa del calendario. I big preparano uno, al massimo due eventi, noi dobbiamo essere sempre al massimo, per le classiche come per le corse a tappe, proprio perché i team hanno a disposizione poche ragazze. E’ un sistema molto diverso. Magari in futuro si potrà cambiare, ma servirà un movimento molto più ampio.

Senza Anna Van Der Breggen in corsa, cambiano gli equilibri all’interno della squadra?

Penso che sia logico che accada. La nostra è una squadra forte e competitiva, ben costruita, che penso si farà valere anche al Tour. E’ chiaro che con me in un altro ruolo bisogna ridisegnare gli equilibri, ma ad esempio abbiamo gente d’esperienza come Chantal Van Den Broek-Blaak e Christine Majerus che saranno una valida guida in corsa. Poi penso che Demi Vollering potrà avere buone chance anche in una gara complicata come il Tour. Sarà un bell’affare, abbiamo comunque gente veloce e per tutti i traguardi. Credo che la mia assenza poco a poco non si sentirà. E poi, anche se in altra veste, io ci sarò…

Van der Breggen Mondiali 2018
La gioia incontenibile per l’oro mondiale 2018, dopo 5 anni di argenti
Van der Breggen Mondiali 2018
La gioia incontenibile per l’oro mondiale 2018, dopo 5 anni di argenti
Per anni sei stata l’emblema del ciclismo femminile olandese dominante quasi quanto l’Africa del mezzofondo in atletica. Avete lasciato ben poco agli altri Paesi: qual è il segreto di un successo così schiacciante?

E’ difficile rispondere a questa domanda. Abbiamo avuto una grande generazione di atlete che hanno vinto per un lungo periodo, la nostra vecchia guardia è stata un esempio e dietro di noi sono cresciuti nuovi talenti che garantiscono il ricambio, ma credo che gli equilibri si stiano riassestando e che ora ci siano atlete valide in molte Nazioni. Il professionismo sta facendo crescere nuovi nomi un po’ dappertutto: qualche anno fa chi avrebbe pensato che un’ungherese come la nostra Blanka Vas sarebbe arrivata ai vertici? Il fatto è che se sei una donna e vuoi fare del ciclismo una professione, oggi puoi farlo più facilmente di quando ho iniziato io.

Fra le tante vittorie che restano nel tuo curriculum, quale ti è rimasta di più nel cuore?

Difficile sceglierne una, ma credo sia l’oro mondiale in linea di Innsbruck 2018. E’ stata la mia prima vittoria iridata, è arrivata dopo ben 5 argenti, credevo davvero che quella maglia fosse stregata. Poi c’è l’oro olimpico di Rio de Janeiro, perché è una vittoria che ha valicato i confini ciclistici, l’Olimpiade è qualcosa di unico.

VDP Antwerpen 2021

Van Der Poel ai Mondiali? Sta progettando qualcosa…

15.09.2021
4 min
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Certe volte bisogna andare oltre il dolore, oltre i segnali che dà il proprio corpo, ma ciò comporta rischi e quindi la scelta è difficile. Una scelta che nelle prossime ore Mathieu Van Der Poel dovrà necessariamente fare: essere o non essere ai Mondiali di Leuven? Fino alla scorsa settimana molti si chiedevano che fine avesse fatto , praticamente scomparso dalla rovinosa caduta nella gara di Mtb dei Giochi Olimpici di Tokyo, poi l’iridato di ciclocross è ricomparso all’Antwerp Port Epic facendo la cosa che gli riesce meglio: vincere.

Un successo di peso, non tanto per il valore della gara quanto perché gli ha ridato fiducia per la sua presenza nella rassegna iridata: da tempo Van Der Poel è alle prese con dolori alla schiena e la sua presenza nella corsa belga era un test proprio per verificare le sue condizioni fisiche, interpretato come se fosse una grande classica: «Dovevo testarmi, dovevo capire – ha dichiarato al sito olandese Wielerflits – dovevo stressare la mia schiena al massimo per vedere a che punto sono in questo momento, ma la vittoria non ha sciolto tutti i miei dubbi».

VDP Tokyo 2021
L’ormai famosa caduta di Van Der Poel a Tokyo: tanto si è discusso del suo errore di guida in un passaggio tra i più tecnici
VDP Tokyo 2021
L’ormai famosa caduta di Van Der Poel a Tokyo: tanto si è discusso del suo errore di guida in un passaggio tra i più tecnici

Van der Poel e il mirino sulla Roubaix

Eppure il suo successo era stato “alla sua maniera”, con un attacco sul pavé (nella foto di apertura) al quale aveva retto solo il connazionale Taco Van Der Hoorn (Intermarché Wanty Gobert), battuto poi allo sprint. Il pavé, già, perché Van Der Poel ha messo da tempo nel suo mirino la straordinaria Parigi-Roubaix di ottobre, gli piacerebbe molto aggiungerla alla sua collezione considerandola ideale per le sue caratteristiche di corridore multidisciplinare, se non ci fosse quella schiena…

Le ore dopo la vittoria di Anversa non sono state le più piacevoli: i dolori sono aumentati, ma Van Der Poel continua ad allenarsi, e tanto. Nel weekend ha in programma altre due corse del calendario belga e per questo i suoi allenamenti sono saliti d’intensità: «Stiamo mettendo più qualità negli allenamenti – ha spiegato il suo diesse Christoph Roodhooft a Het Laaste Nieuws – d’altronde rispetto agli altri Mathieu ha meno ore e chilometri nelle gambe, ma è un gap che non possiamo recuperare ora. Io comunque, fossi nel cittì Koos Moerenhout, VDP lo convocherei, per poi decidere last minute».

VDP Alpecin 2021
Per VDP contratto rinnovato con l’Alpecin Fenix fino al 2025, pensando già a Parigi 2024
VDP Alpecin 2021
Per VDP contratto rinnovato con l’Alpecin Fenix fino al 2025, pensando già a Parigi 2024

Il bel ricordo di Ostenda…

Diciamo la verità: un altro avrebbe già gettato la spugna. I rischi come detto sono alti, anche perché l’origine dei dolori sembra essere stata identificata in un’ernia del disco con versamento di liquido fra due vertebre. Un problema che andrà comunque risolto il che significa che a qualcosa bisognerà rinunciare (la stagione di ciclocross?). Perché allora tanta perseveranza nel trascorrere ore in bici, soffrire nel vero senso della parola?

Al di là delle ambizioni dell’olandese nella Roubaix (che per chi soffre alla schiena non è certo la corsa ideale da affrontare…), a VDP punge vaghezza di tirare un altro scherzetto al suo eterno rivale Van Aert, sfidandolo sul suo terreno, ai Mondiali di Leuven del 26 settembre. In fin dei conti, quest’anno gli è già riuscito il colpo “in trasferta”, sgretolando le ambizioni del campione della Jumbo Visma ai Mondiali di ciclocross a Ostenda quand’era proprio Van Aert il favorito dopo le gare precedenti. Perché non fare lo stesso a Leuven?

VDP Ostenda 2021
Van der Poel e Van Aert ai Mondiali di ciclocross di Ostenda. Vinse l’olandese, ora vuole ripetersi su strada
VDP Ostenda 2021
Van der Poel e Van Aert ai Mondiali di ciclocross di Ostenda. Vinse l’olandese, ora vuole ripetersi su strada

Il sogno delle tre maglie

E’ anche vero però che non è un Mondiale semplice, conoscendo il suo percorso. Per questo Van der Poel si sta mettendo alla prova proprio in Belgio, su quelle strade: le due sfide del fine settimana (prima la Primus Classic, corsa del calendario Pro piuttosto impegnativa, poi il Gooikes Pijl più per velocisti) serviranno a mettere chilometri nelle gambe e capire come reagirà il corpo in impegni ravvicinati, ma VDP potrebbe allungare i suoi impegni agonistici fino a martedì, gareggiando nel GP Denain che ha una conformazione che più si avvicina alla Roubaix visto l’alto numero di chilometri sul pavé.

Intanto il figlio d’arte ha messo un punto al suo immediato futuro, rinnovando con l’Alpecin Fenix fino al 2025 chiudendo la porta a tutte le voci che lo davano in partenza per un team del World Tour. Nel team belga, al di là dell’aspetto economico, VDP ha la massima libertà nelle sue scelte e soprattutto appoggio in condizionato a quello che è il grande obiettivo della sua carriera: essere campione del mondo in tre discipline diverse. «Fino a Parigi 2024 è certo che continuerà a dividermi fra strada, ciclocross e Mtb, voglio essere il migliore dappertutto». Nessuno in campo maschile c’è riuscito, non così fra le donne, dove anzi la francese Pauline Ferrand Prevot ha saputo essere in possesso contemporaneamente di tutte e tre le maglie iridate.

Bitossi

Nonno Bitossi, un ragazzino di 80 anni e quella maglia verde…

27.06.2021
5 min
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Lo chiamavano “Cuore matto” e non dipendeva solo dalle bizze che l’apparato cardiaco gli riservava durante alcune gare. Ancora oggi, a 80 anni suonati, Franco Bitossi è più che vispo, con l’entusiasmo che traspare dalla sua voce e una voglia di attività per nulla mitigata dagli anni.

La bici? Quella è rimasta parte della sua vita: «L’avevo ripresa in mano a sessant’anni, quando sono andato in pensione, ma ora mi limito a qualche giro tranquillo con la bici da passeggio».

Bitossi chiuse la sua carriera avanti negli anni, 38 ne contava la carta d’identità quando smise con la bellezza di 171 vittorie all’attivo, tra cui 21 tappe al Giro e 4 al Tour, tre titoli nazionali e due Giri di Lombardia. Aveva vissuto le ultime stagioni di Anquetil, tutta l’epopea di Merckx, i primi successi di Moser e Saronni. Tre epoche diverse, ma lui era sempre lì, corridore capace di qualsiasi impresa. E poi?

Bitossi Lombardia 1967
Bitossi al Giro di Lombardia 1967, vinto davanti a Gimondi e Poulidor. Lo riconquisterà nel 1970
Bitossi Lombardia 1967
Bitossi al Giro di Lombardia 1967, vinto davanti a Gimondi e Poulidor. Lo riconquisterà nel 1970

Una vita da contadino

Appesa la bici al chiodo, Bitossi si è dedicato anima e corpo alla terra, gestendo 12 ettari di appezzamento a Capraia Fiorentina, principalmente olio: «Ma la gestione per come la intendo io, sporcandosi le mani dalla mattina alla sera nei campi», poi con la pensione si è preso il gusto di vincere anche un altro titolo italiano (il sesto, ne aveva due anche nel ciclocross) nella categoria Over 60 nelle bocce.

E il ciclismo? Non lo ha mai perso di vista: «Lo guardo in TV e ne leggo sui giornali e mi accorgo che la fatica è sempre quella, è solo mitigata dai mezzi a disposizione. I corridori hanno pullman, massaggiatori, preparatori, bici di alta gamma, migliori capacità di recupero, ma il ciclismo resta uno sport di fatica e sacrificio».

E’ tempo di Tour e Bitossi in Francia ha impresso il suo nome nella sua storia nel 1968, primo italiano a conquistare la classifica a punti, imitato solo da Alessandro Petacchi nel 2010: «Ora però la classifica a punti è diversa, ha meccanismi che premiano maggiormente i velocisti. Allora vinsi grazie alla costanza, perché ero veloce ma capace anche di emergere in salita. Vinsi due tappe, finii ottavo nella generale, secondo in quella della montagna e mi aggiudicai la combinata che univa le tre graduatorie».

Bitossi Tour 1968
Il Tour del 1968 vide Bitossi protagonista, a lungo in lotta per il podio finale. Ma vinse la classifica a punti
Bitossi Tour 1968
Il Tour del 1968 vide Bitossi protagonista, a lungo in lotta per il podio finale. Ma vinse la classifica a punti

I grandi problemi di cuore

Questa sua poliedricità emergeva spesso nei grandi giri, tanto che la maglia ciclamino di re della classifica a punti del Giro d’Italia fu sua quattro volte: «Io mi trovavo meglio nei grandi Giri proprio per il cuore, perché dopo tre giorni di sforzi si assestava e non mi dava più fastidio. Nelle gare d’un giorno, fino a 28 anni era un calvario, spesso mi toccava fermarmi per gli attacchi di tachicardia».

Al tempo Bitossi veniva spesso affiancato a Franco Fava, grande mezzofondista e maratoneta azzurro anche lui spesso costretto a fermarsi per problemi al cuore: «Ne parlavamo spesso, raggiungevamo i 220 battiti e ci toccava fermarci. E’ un problema simile a quello che hanno avuto Viviani e Ulissi, solo che la medicina rispetto ai nostri tempi è andata avanti. Io non mi sono mai operato, ho imparato a gestirlo, anche se ora con l’età ricomincia a fare i dispetti…».

Eppure Bitossi era uno di quelli che non si fermava mai, assommando ogni anno 80 giorni di gara e più: «E come potevo? Il ciclismo di allora era così, arrivavi alla Sanremo che già avevi almeno 20 giorni di gara nelle gambe, al Giro con 40 e al Tour con 60. Correvamo molto più di adesso, poi c’erano i circuiti, insomma non ci si fermava mai».

Bitossi Basso 2014
Bitossi e Basso a una premiazione nel 2014: l’antica ascia di guerra è stata seppellita da tempo…
Bitossi Basso 2014
Bitossi e Basso a una premiazione nel 2014: l’antica ascia di guerra è stata seppellita da tempo…

Se quella volta Merckx…

C’è una gara che, quando ci ripensa, a Bitossi torna su il magone. Il Mondiale di Gap ’72? No, risposta sbagliata: «E’ il Fiandre del ‘69: sono in una forma stellare e sul Grammont stacco anche Merckx, ma manca tanto al traguardo ed Eddy mi rientra. Dietro c’è un gruppetto e lui ha qualche compagno che può aiutarlo così non mi dà cambi. Ci riprendono e in una curva Merckx ci saluta e se ne va. Finisco 4° con una rabbia dentro… Perché se Eddy collaborava arrivavamo, mi avrebbe magari battuto, ma potevo giocarmela meglio».

E’ pur vero però che quel rettilineo interminabile di Gap, quella beffa di Marino Basso è leggenda: «Sbagliai un po’ io e un po’ gli altri. La realtà è che devi partire sempre pensando che puoi vincere, che le tue carte devi giocartele. Io seguii il francese Guimard sapendo che la situazione tattica mi poteva premiare, perché dietro c’erano due italiani. Poi Merckx era amico di Guimard e non si sarebbe dannato per inseguirlo. Il francese l’avevo staccato, ma gli altri rilanciavano, si avvicinavano. Dancelli e Basso fecero la loro volata e Marino mi superò sul traguardo. Diciamo che io non sono mai stato egoista, altri sì…».

Piccoli frammenti di storia dai quali emergono tra le righe importanti insegnamenti, che un uomo di 80 anni può ancora tramandare: «Il problema del ciclismo di oggi è che i ragazzi a 18 anni si sentono già arrivati, sono dilettanti che vivono come professionisti, che perdono via via quella voglia di soffrire per emergere, poi arrivano le delusioni e pian piano si spengono. In Colombia, in Slovenia, sanno che devono dare l’anima per emergere, sempre, perché potranno risolvere la loro vita ma solo se si metteranno in gioco al 100%. La differenza è tutta qui».