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Professionista, piede e scarpa. Approfondiamo con Pallini

28.04.2023
5 min
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Uno dei tre punti di contatto. Il piede rappresenta la “molla” dell’azione del ciclista. La parte degli arti inferiori che completa la trasmissione di potenza direttamente sul pedale. Nella biomeccanica dell’azione è la parte finalizzatrice di tutto il nostro motore.

Quando ci si allena però difficilmente si pensa a questa parte del corpo e così lo stesso per quanto riguarda la scelta delle scarpe, che spesso insegue gusto o semplici indicazioni dovute alla larghezza della pianta dopo una breve calzata. Quale universo si nasconde dietro al piede del ciclista? Per scoprirlo, ci siamo affidati al parere esperto del massaggiatore Michele Pallini

Pallini e Nibali hanno condiviso momenti indimenticabili: qui al Tour 2014
Pallini e Nibali hanno condiviso momenti indimenticabili: qui al Tour 2014
Partiamo da questo spunto. Per i corridori, i piedi, sono una parte delicata?

Ho collaborato con Vincenzo Nibali per diversi anni e lui per quanto riguarda le scarpe era un meticoloso, anzi fanatico. Aveva il problema di avere il piede fine e piccolo. Quindi aveva bisogno di una scarpa su misura. Era molto difficile fare una calzatura custom per una parte anatomica del corpo che in bici cambia la forma per tanti motivi. E’ multifattoriale il problema del piede. Trovare una scarpa adatta non è stato semplice. La scarpa quando viene studiata, viene provata non in condizioni di utilizzo e stress, ma a riposo. Quindi anche il piede non è nella condizione di comportarsi come quando è nello sforzo in bici. 

Utilizzare scarpe su misura è la soluzione?

Diventa un po’ un cane che si morde la coda. La provi e senti un dolorino, ma a riposo sembra ok. Se la provi in un periodo non ottimale di forma allora dà una sensazione, viceversa quando si sta bene. La scarpa ha una multifattorialità vastissima. E’ quasi impossibile trovare una scarpa che calzi a pennello

Quindi come ci si comporta?

La cosa più intelligente che si può fare è realizzare una scarpa leggermente più grande. In questo modo la stringi quando vuoi sentire più feeling con la bici e la allenti quando ci sono temperature più alte, come capita d’estate quando il piede si gonfia. 

Per fare la scarpa su misura si passa attraverso varie rilevazioni
Per fare la scarpa su misura si passa attraverso varie rilevazioni
I pro’ cercano solo la performance?

Il problema entra quando corridori come Valverde o anche Nibali, sono personaggi che hanno grande feeling con la bici e fanno come gli sciatori. Preferiscono avere una scarpa più piccola per sentire la bici al meglio. Poi però si arriva al problema appena citato. Qualsiasi scarpa tu prenda, non troverai mai la tua. Se ne può trovare una che si adatta maggiormente al piede. Ma per quanto si possa fare su misura, il cuoio, la tomaia cambiano e si trasformano in base alla stagione e quasi mai seguendo il piede. Inoltre c’è un altro problema.

Quale?

Tutte le suole sono molto rigide. Le aziende ormai lavorano quasi esclusivamente con il carbonio. Questo crea maggiori stress. Qualsiasi sconnessione o vibrazione la si sente ridistribuita sui tre punti di appoggio, tra cui il piede. 

A che dolori si va incontro?

Si passa dal banale dolore, ad avere un problema di conflitto femoro-rotuleo o anche infiammazione della bandelletta ileo-tibiale.

Quali possono essere le cause?

Oltre alle rigidità eccessive, il problema sta anche nel come vengono fatte le suole. Non sono più “piatte” ma gli viene dato un valgo. In modo tale da spingere con la pianta del piede inclinata di 30° circa. Non tutti recepiscono positivamente questa angolazione del piede e spesso però ci si imbatte nel problema. Un anno Vincenzo ha dovuto cambiare le scarpe in corso d’opera e utilizzare un modello precedente, proprio perché quel nuovo materiale gli aveva causato un conflitto femoro-rotuleo.

Le ossa e i muscoli che compongono il piede sono molteplici così come le differenze di dimensioni per persona
Le ossa e i muscoli che compongono il piede sono molteplici così come le differenze di dimensioni per persona
Che tipo di dolore è?

E’ un dolore che non è così localizzabile, ma precisamente lo si percepisce nella parte laterale del ginocchio. 

Realizzare delle solette o plantari su misura può aiutare?

Non sempre. Perché spesso si usano delle solette o plantari che portano ad una curvatura del piede dove il podologo di turno ti presenta dati di miglioramento effettivi solo sotto il punto di vista della potenza espressa, ma che ti distraggono dal comfort. Questo può portare a tendiniti della bandelletta tibiale. Se poi si insiste sopra, si arriva a degli stop anche di un mese. 

Non sempre il plantare rappresenta una soluzione…

Tu lo provi sul rullo e vedi tramite i sensori che esprimi più potenza, poi però ci possono essere come detto infiammazioni o infortuni dietro l’angolo. Questo però può essere causa anche dalle scarpe stesse. 

Dal punto di vista del massaggio, il piede è una zona che viene trattata?

Per me sì, molto. Nel massimo sforzo il piede va in “griffe”, è un termine tecnico che utilizzano i podologi. Nel senso che va in flessione plantare. E’ come se si volesse chiudere. Quando si spinge si pensa che il piede sia in iperestensione, mentre in realtà la spinta avviene con la pianta del piede in flessione. E’ come se le dita chiudessero. E’ un gesto naturale.

Qui un calco del piede eseguito da Luigino Verducci nella sede olandese della Jumbo-Visma
Qui un calco del piede eseguito da Luigino Verducci nella sede olandese della Jumbo-Visma
Il massaggio è quindi molto importante?

Nel ciclista meno, però il trattamento del muscolo soleo, del polpaccio e dei gemelli sono importanti per evitare problemi al fascite plantare (patologia comune ai maratoneti). Ha un meccanismo di retrazione sul calcagno. A livello fasciale è quasi una continuazione del tendine d’Achille. Quindi se si tiene in scarico tutta la fascia plantare si riesce a rilassare ed escludere problemi.

Insomma il rapporto che c’è tra piedi e performance è perennemente in conflitto ed evoluzione?

Che alcuni ciclisti professionisti abbiano dei problemi al piede è comune, anzi quasi tutti lo hanno. Mario Cipollini ne era soggetto per fare un esempio Se tu guardi i piedi dei ciclisti non sono martoriati come quelli dei calciatori, ma poco ci manca. Hanno dei calli sparsi qua e là. Questo è dovuto non solo alle molte ore in sella, ma anche a scarpe sbagliate. Fra tutte le squadre WorldTour, credo si contino sulla dita di una mano quelle che lasciano scelta al corridore su questo materiale.

Ogni ciclista sarà sempre alla ricerca del miglior compromesso tra performance e comfort?

Bisogna capire che la scarpa è un contenitore e non sarà mai come un guanto. 

Nel giorno della Liegi, Valverde fa sfracelli nel gravel

23.04.2023
7 min
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Alle 8,30 del mattino, mentre i corridori della Liegi erano ancora a due ore dal via, Alejandro Valverde scattava tra i primi de La Indomable di Berja, provincia di Almeria, prima prova del circuito Trek Uci Gravel World Series. In lontananza la cima ancora innevata di Sierra Nevada e nei boschi un dedalo di sterrati. Tre ore e mezza dopo, il murciano ha vinto per distacco. Un minuto e mezzo il vantaggio al settimo chilometro. Tre e mezzo a metà salita. Quasi dodici sulla cima. Cinque al traguardo, dove è parso stanco e impolverato, ma non certo sfinito.

«Sono stato per tutto il giorno senza riferimenti – racconta – sapevo solo di dover guadagnare il più possibile in salita. Sono andato via dopo due chilometri e mezzo, ma la verità è che il percorso si è rivelato molto esigente. Mi sono divertito, ma ho anche sofferto, è stato un giorno molto duro, terribilmente duro. La discesa è stata impegnativa, sono andato a tutta. Diverso dal farla alla Strade Bianche, perché c’erano sezioni molto complicate. In effetti nell’ultimo tratto, che ieri avevo visto bene, per non correre rischi, sono sceso di bici e sono andato a piedi».

All’arrivo, Valverde è parso stanco ma non sfinito. Domani compirà 43 anni: è stato pro’ dal 2002 al 2022
All’arrivo, Valverde è parso stanco ma non sfinito. Domani compirà 43 anni

Vigilia della Liegi

E’ stato strano vivere la vigilia della Doyenne, che lo spagnolo ha vinto per quattro volte, a più di duemila chilometri dal Belgio. E strano è stato soprattutto rendersi conto che Alejandro avrebbe ancora le gambe e di certo la testa per schierarsi al via e infastidire Pogacar ed Evenepoel. Del resto lo scorso anno, con 42 anni ancora da compiere, arrivò secondo alla Freccia Vallone e settimo alla Liegi. Non si stenta a credere che sarebbe stato nuovamente il migliore del Movistar Team.

«Il gravel mi piace – racconta dopo essersi cambiato – perché significa fare qualcosa di diverso. Diverso dalla strada, soprattutto per la voglia di divertirsi. E’ chiaro che per me la salita è un punto di forza, mentre in discesa voglio solo limitare i rischi. Quando me l’hanno proposto mi è piaciuto il fatto di avere intorno una squadra, un gruppo che appartenesse al mondo Movistar. Sono contento, è una disciplina che crescerà molto».

Le gambe sono ancora quelle dei tempi migliori: Valverde si allena tutti i giorni
Le gambe sono ancora quelle dei tempi migliori: Valverde si allena tutti i giorni

Mancanza delle gare

Nel villaggio di partenza, nel pomeriggio di ieri, non sono mancate le facce note. “Dani” Moreno con l’inseparabile Losada. Il mallorquino Horrach, come pure Pujol, Vaitkus e Luis Mate. Poi quando è arrivato Valverde, è come se al giornata avesse preso un senso per i presenti, che si sono messi rispettosamente intorno, per fare una foto e un autografo. Non capita tutte le domeniche di avere accanto un campione del mondo con un simile palmares.

«Ho cominciato ad allenarmi in gravel da quattro settimane – spiegava Valverde – ma non tutti i giorni. Ho fatto la pratica più vera alla Strade Bianche, ma sono certo che in gara non troverò grossi punti di contatto. Mi alleno molto di più con la bici da strada, anche se questo un po’ mi penalizza per la tecnica. Ho cercato di stare vicino con le misure del telaio, anche se non si può copiarle del tutto, altrimenti non guidi la bici.

«E’ stato un po’ strano arrivare all’inizio della stagione senza poter correre. Mi sento strano. Mi sto allenando come prima, tutto quello di cui avevo bisogno era la competizione. Questa del gravel per certi versi lo è, ma soprattutto è divertimento. Ci sono stati colleghi che hanno smesso e non hanno più toccato la bici per 4-5 anni, a me questo non è successo. Può capitare il giorno che non ho voglia e non esco, ma se vuoi la verità, è successo una sola volta…».

Valverde ha lasciato la compagnia dopo due chilometri e mezzo: sapeva di doversi avvantaggiare in salita
Valverde ha lasciato la compagnia dopo due chilometri e mezzo: sapeva di doversi avvantaggiare in salita
E adesso di corsa a vedere la Liegi. Stai seguendo le corse?

Le vedo tutte. Ci sono quattro o cinque corridori che stanno battendo tutti i record, è una nuova generazione e io mi sto godendo lo spettacolo come gli altri spettatori.

L’altro giorno il tempo di scalata sul Muro d’Huy non è stato inferiore al tuo…

Ogni anno è diverso, ogni gara ha la sua storia. Nella Freccia Vallone devi essere al cento per cento in quel giorno. Tutti sapevano benissimo che ero molto adatto per quel tipo di traguardo. Alcune volte siamo saliti allo stesso modo, altre anche più velocemente, ma ogni volta fa storia a sé.

Il gravel non ha strategie oppure l’esperienza della strada ti torna utile?

La sola strategia è andare a tutto gas per due ore e mezza della tua vita. Devi avere testa, ma soprattutto nel mio caso, se voglio stare davanti, devo fare la differenza in salita e poi scendere un po’ più tranquillo, sperando che non tornino sotto. Oggi ho fatto così ed è andata bene.

Cosa pensi di Pogacar ed Evenepoel?

Credo che nei prossimi anni Remco sarà un avversario molto difficile per Pogacar. Credo siano corridori molto simili. Quando meno te lo aspetti, partono a 80-100 chilometri dall’arrivo. Non saprei dire le vere differenze. Forse Pogacar resta più forte nei grandi Giri. Anche Remco potrà vincerne altri, ma ho la sensazione che sia destinato a soffrire di più sulle grandi salite.

Ti piacerebbe essere ancora lì con loro?

Certo che mi piacerebbe, ma ho capito di aver fatto il mio tempo…

Com’è il tuo livello adesso?

Non è un livello come quando gareggiavo, ma neanche tanto male, mi sento bene. Noto che senza lo stress delle corse ripetute, certi giorni ho numeri migliori di prima. Poi certo, correre è un’altra cosa. Mi piace la vita che faccio adesso, semplicemente mi sono reso conto che era arrivato il mio momento.

L’ultima domenica di aprile è la “domenica Valverde”. Nel giorno in cui per quattro volte ha festeggiato a Liegi (l’ultima nel 2017, con le dita al cielo ricordando Scarponi, morto il giorno prima: ieri il sesto anniversario), El Imbatido ha dominato la sua prima gara di gravel ufficiale. L’obiettivo del mondiale di ottobre è tutto fuorché campato in aria. Scambiando messaggi con Pozzato prima dell’arrivo, il vicentino ha detto che presto lo chiamerà per invitarlo, perché uno così darebbe lustro a qualsiasi manifestazione. La giornata volge al termine. Gli arrivi si succedono. Valverde sorride, firma autografi e posa per foto. Così, semplicemente. Per quella grazia innata che lo ha reso uno dei più grandi di sempre.

Valverde, il signore della Freccia raccontato da Visconti

18.04.2023
7 min
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Domani la Freccia Vallone porterà sul Muro d’Huy tifosi e storie da raccontare. Quel budello ripido e silenzioso, che si inerpica lungo le Chemin de Capelles, per un giorno diventerà un’arena selvaggia. L’ultima vittoria italiana porta la firma di Rebellin: sembra ieri che lo intervistammo per parlarne, invece è passato più di un anno e nel frattempo quel dannato camionista, di cui non si sa più nulla, gli ha rubato la vita.

Oggi però vogliamo raccontarvi la Freccia e le Ardenne con gli occhi di Giovanni Visconti, che le ha vissute accanto a uno dei più grandi di sempre: Alejandro Valverde, che detiene il record di cinque vittorie a Huy e ha vinto quattro a Liegi.

Visconti e Valverde hanno corso insieme dal 2012 al 2016: l’anno successivo, Giovanni passerà al Bahrain
Visconti e Valverde hanno corso insieme dal 2012 al 2016: l’anno successivo, Giovanni passerà al Bahrain
Valverde lo conoscevi prima di andare alla Movistar nel 2012?

No, lo conobbi lì. Il primo approccio fu un messaggio Whatsapp. Chiesi il numero a Unzue, perché sapevo che Alejandro rientrava dalla squalifica e gli scrissi l’ammirazione che avevo e che ero strafelice di andare in squadra con lui.

E lui?

Più contento di me. Quell’anno rientrò con una vittoria al Tour Down Under, ma quando arrivammo ad Amorebieta ed eravamo in fuga noi due con Igor Anton, gli chiesi se potesse lasciarmi vincere e lui non fece neanche un’obiezione. Fu la prima vittoria in maglia Movistar.

Tu avevi già fatto le classiche con Bettini alla Quick Step, trovasti punti in comune?

Due situazioni completamente diverse. Paolo era molto meno metodico, Valverde sapeva cosa avrebbe fatto e cosa avrebbe mangiato ogni giorno fino alla gara. Bettini faceva le cose come gli venivano, anche perché in quegli anni il ciclismo era meno scientifico sul fronte della preparazione e dell’alimentazione. A colazione la Nutella non doveva mancare mai.

Il suo massaggiatore Escamez lo accoglie ogni giorno col suo bibitone proteico, poi sotto col riso e tonno
Il suo massaggiatore Escamez lo accoglie ogni giorno col suo bibitone proteico, poi sotto col riso e tonno
Invece Valverde?

Non era mai nervoso, però era schematico. Il suo massaggiatore Escamez, quando finivamo l’allenamento, gli faceva trovare un piattino di riso col tonno. Faceva così anche di pomeriggio. Intorno alle 17, si faceva portare lo stesso riso e lo faceva mangiare anche a me, che spesso ero suo compagno di camera. Mi diceva: «Come, come», mangia, mangia! E mi spiegava che me lo sarei ritrovato nelle gambe nel giorno della corsa. A tavola poi era anche più preciso.

Cioè?

Se nel piatto avevano messo più riso, lui lo scansava. Se doveva mangiare due pezzettini di pollo, il terzo lo scansava. Il bicchierino di birra, quello ci poteva stare. E spesso anche una pallina di gelato. Però se gliene portavano due, una la lasciava. Non c’era verso, non sbagliava mai. Ed era così anche a casa, perché sono stato da lui ad allenarmi. Io credo che in tutta la vita da corridore abbia mangiato solo riso bianco col tonno, oppure pollo. E anche in bici non scherzava.

In che senso?

Era maniaco dell’integrazione. Durante il giorno si prendeva i suoi 20 grammi di proteine, voleva la borraccia con le maltodestrine e gli aminoacidi. E anche in gara voleva che avessi le borracce identiche alle sue.

Com’era fare le ricognizioni sui percorsi?

Alejandro le faceva in maniera molto tranquilla. I primi tempi, ma questo riguarda la Liegi, sulla Redoute capitava di incontrare Florio (un italo-belga, grande tifoso di Giovanni, ndr) con la sua famosa torta di riso e un paio di volte ci siamo anche fermati. Negli ultimi tempi no, perché più passavano gli anni e più sapeva di non poter sbagliare neanche una virgola.

A livello di tensione, Freccia e Liegi per Valverde erano la stessa cosa? 

Uguale. Il suo programma era quello è lo stile di vita identico dalla mattina alla sera. Ci si distraeva solo la sera dopo la Freccia, magari si andava a mangiare fuori. Una volta che aveva vinto ci portò in un posto bello a Maastricht. Lui mangiò un piatto di riso o comunque cercò di avvicinarsi il più possibile alla sua alimentazione, mentre tutti noi ordinammo il sushi.

Sulla Redoute con Quintana: mancano tre giorni alla Liegi del 2015
Sulla Redoute con Quintana: mancano tre giorni alla Liegi del 2015
Si faceva anche la ricognizione sul Muro d’Huy?

Sempre. Col pullman ci fermavamo in basso, davanti a una scuola sulla sinistra con un muro molto alto, e lanciavamo le borracce ai bambini. Era un vero rituale, come pregare allo stesso modo tutti i giorni. Sempre la solita preghiera, che non cambiava mai.

Il Valverde della vigilia era nervoso?

Anche se era concentrato, il suo pregio era essere proprio un bambinone. Glielo dicevo sempre: «Tu sei capace solo di andare in bici». Infatti non riesce a smettere e lo ha sempre fatto col sorriso, perché è proprio quello che gli è piaciuto fino a 42 anni. L’ha fatto sempre seriamente, ma sempre con buon umore e scherzando. Sul pullman faceva lo scemo, certi scherzi è meglio non raccontarli (ride, ndr).

Si capiva dalla vigilia che avrebbe vinto?

Si capiva che avrebbe lottato per vincere, come in ognuno dei cinque anni che sono stato al suo fianco. Non c’era una sola gara in cui non volesse farlo. Si capiva casomai quando aveva una giornata storta, ma io penso che mi sarà successo al massimo due volte. 

In Belgio c’era spesso la sua famiglia…

La portava perché il 25 aprile è il suo compleanno e la Liegi è sempre in quei giorni. Nessuno gli ha mai fatto storie, anche perché Valverde era la squadra, quindi nessuno si permetteva di dire nulla. Forse per come è oggi, con le squadre tutte chiuse, anche lui avrebbe qualche problema.

Che ruolo avevi al Nord con lui? 

Gli stavo accanto, sempre. Ho partecipato a tre vittorie: una Liegi e due Freccia. Avevo capito da subito come voleva essere trattato e tante volte, anche se non era vero, gli dicevo quanto fosse tirato e che grande gamba avesse. Lui si girava e lo vedevi che era più motivato. Magari cavolate così gli davano l’uno per cento in più. Per il resto ho tirato tanto nei momenti decisivi della corsa dalla Freccia al Lombardia, passando per la Liegi e il Giro.

L’abbraccio a Sant’Anna di Vinadio, dopo il sacrificio che permise a Valverde di arrivare sul podio del Giro 2016
L’abbraccio a Sant’Anna di Vinadio, dopo il sacrificio che permise a Valverde di arrivare sul podio del Giro 2016
Che cosa hai imparato da Valverde in quegli anni?

Mi ha dato una grande lezione di umiltà. Io che ero super permaloso, da lui ho imparato anche a sapere arrivare secondo o essere d’aiuto ed essere ugualmente felice un compagno. A Sant’Anna di Vinadio nel Giro 2016, mi fermarono dalla fuga per aspettarlo e tirare 500 metri per lui: normalmente mi sarei stranito. Invece lui è arrivato, mi ha abbracciato e mi ha messo davanti agli occhi l’umiltà di un immenso campione. Quel gesto fu meglio di ogni ricompensa.

Gobik per Movistar Team Gravel Squad, stile offroad con Valverde

08.04.2023
4 min
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Dallo spirito anticonformista di Gobik unito all’aurea del gravel, nasce il kit Movistar Team Gravel Squad. Il blu iconico della squadra si fonde con le tonalità della terra. Un design che rende onore allo spirito avventuroso e alla dedizione del ciclista gravel. A vestirlo saranno Iván García Cortina, Ana Dillana, Hayley Simmonds e Alejandro Valverde, nei principali eventi gravel del calendario internazionale.

Spirito avventuroso

E’ nato il Movistar Team Gravel Squad, un nuovo progetto in cui “il Bala” tornerà ad attaccare il numero sulla schiena. Gobik ha portato innovazione, sviluppo e design all’avanguardia in questo entusiasmante progetto.

La collezione per il Movistar Team Gravel Squad è composta da capi tecnici che rappresentano le performance e le caratteristiche tecniche appositamente studiate per la disciplina dal maglificio spagnolo. A partire dai pantaloncini Gritt e dalla maglia CX PRO 2.0, capi che hanno tutto ciò che serve per i percorsi di lunga distanza,combinando comfort e prestazioni professionali. La collezione comprende anche la maglia Volt, per le discipline off-road, il gilet e i calzini.

Le maglie

Un vero e proprio punto di riferimento nella gamma Gobik. La maglia a manica corta CX Pro 2.0 vanta una vestibilità snella che offre un buon equilibrio tra prestazioni e comfort. Questa versione 2.0 incorpora miglioramenti strutturali per un’aerodinamica avanzata e un look più sottile. Per migliorare le prestazioni aerodinamiche, la struttura è stata ridisegnata per dirigere il flusso d’aria verso la parte bassa della schiena. Il look è elegante e minimalista. Disponibile in sette taglie da 2XS a 2XL, ha un prezzo consultabile sul sito di 78 euro. 

Stile più rilassato per la t-shirt Volt. Per l’uso in discipline off-road, con un alto livello di traspirabilità, che garantisce un elevato comfort sui lunghi percorsi. Tipo Cargo, con un ampio spazio di stivaggio e un sistema di fissaggio supplementare con una cinghia interna regolabile. Il prezzo consultabile sul sito è di 80 euro. 

Infine il Gilet Plus 2.0, ultraleggero, aerodinamico e antivento. Completamente ripiegabile nella propria tasca laterale in rete. Ideale per la mezza stagione e giornate ventose. Protezione per le prime ore fredde del mattino o per la discesa da un passo di montagna. Un complemento perfetto per aumentare la gamma termica. Il prezzo consultabile sul sito è di 65 euro. 

I pantaloncini

A completare la nuova collezione Movistar Team Gravel Squad 23, ci sono i pantaloncini Gritt. Stile cargo, con ampio spazio di stivaggio grazie alle tasche laterali e posteriori. Per l’uso in discipline off-road come mountain bike, gravel, all-mountain, enduro, ebike e freeride. Sono ideali per lunghe pedalate senza assistenza. In queste sfide infatti, si ha bisogno di un grande comfort per le  molte ore in sella e soprattutto senza avere posti per rifornirsi. Questo modello consentirà di avere molto spazio in più per trasportare i gli effetti personali e i rifornimenti in tutta sicurezza.

Il fondello scelto è il K10, una delle migliori opzioni per le corse a lunga distanza, con due schiume a densità diversa con memoria elastica. Il canale centrale migliora il flusso sanguigno e riduce la pressione, mentre il tessuto EIT con filati di carbonio previene la crescita batterica e gestisce l’umidità in modo ottimale. Le gambe sono rifinite con un morbido nastro di poliammide con finitura a taglio laser. Vengono utilizzati inserti verticali minimalisti, che assicurano una vestibilità aderente alle cosce senza pressioni o fastidi. Le taglie selezionabili sono sette, da 2XS a 2XL. Il prezzo consultabile sul sito è di 115 euro. 

Chiudono la collezione i calzini Vortex, aerodinamici e leggeri, disponibili in due taglie S-M o L-XL ad un prezzo di 30 euro. 

Gobik

Mixino Evo Mips: storia, tecnologia e continua evoluzione

27.03.2023
3 min
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Catlike, con il suo casco Mixino Evo Mips, ha una tradizione di lunga data nel ciclismo. Solo per restare ad un recente passato, hanno gareggiato con i caschi Catlike gli atleti del Movistar Team ed in particolare campioni del calibro di Nairo Quintana, Alejandro Valverde. Negli anni le collaborazioni si sono susseguite in maniera continua ed ognuna di queste ha donato qualcosa al marchio Catlike. Dal punto dell’estetica e della tecnologia, ma anche e soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo. Nel 2023 la collaborazione si è spostata in America, Catlike, affianca infatti gli atleti del Team Novo Nordisk.

Catlike, con il suo casco Mixino Evo Mips, è accanto al team statunitense Novo Nordisk
Catlike, con il suo casco Mixino Evo Mips, è accanto al team statunitense Novo Nordisk

Un prodotto sempre nuovo

Negli anni i ritocchi e i miglioramenti tecnici sono stati molti, ma la base di partenza del Mixino Evo Mips è sempre stata solida. Si tratta di un casco leggero, con un’ottima ventilazione, confortevole e che garantisce una grande sicurezza. 

Il Mixino Evo Mips è costruito con ben 39 fori e con più del 40% della parte frontale aperta,  sono proprio questi numeri a fornire la miglior ventilazione possibile. Caratteristica rafforzata anche dalla tecnologia Dual Flow, che permette di mantenere l’interno del casco sempre fresco: la posizione dei fori è infatti progettata per creare un flusso aerodinamico che porta l’aria calda dalla parte frontale fino a quella posteriore, espellendola. 

I supporti imbottiti sulla parte frontale permettono di bloccare la discesa del sudore quando ci si trova in posizione bassa.
I supporti imbottiti sulla parte frontale permettono di bloccare la discesa del sudore quando ci si trova in posizione bassa.

Regolabile e comodo

La comodità è una di quelle qualità fondamentali nel momento in cui si passano tante ore in sella. Le imbottiture interne del Mixino Evo Mips sono morbide e non stringono eccessivamente la testa. La fascia di ritenzione posteriore è regolabile in tutte le direzioni tramite un rotore. 

Le regolazioni sono millimetriche e asimmetriche, il lato destro e quello sinistro sono infatti liberi di essere sistemati in maniera indipendente. Nella parte occipitale si trovano due supporti imbottiti, regolabili longitudinalmente, che permettono di trovare il fit corretto. Due soluzioni che alzano ancora di più il livello di comodità di questo casco. 

Sicurezza

La sicurezza, soprattutto quando si va in bici, è un argomento fondamentale e Catlike lo sa. Il casco Mixino Evo Mips non fa eccezione, grazie anche alle sue grandi qualità tecniche. Tutti i 39 fori sono progettati con tecnologia Hexagon, ovvero disegnati con forma ad alveare, così da avere sempre due parti strutturali solide in caso di impatto. 

L’interno della calotta vede l’inserimento di una rete in kevlar, lo stesso materiale utilizzato dai giubbotti antiproiettile. Come suggerisce anche il nome questo casco vede l’utilizzo della tecnologia Mips nella sua nuova versione: la Mips Air Node

Il Mixino Evo Mips è in vendita al prezzo di 200 euro, la versione senza Mips costa invece 163 euro.

Catlike

Up-Downbikes

La Movistar cambia pelle: spiega tutto Lastras

21.01.2023
4 min
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Pablo Lastras sull’ammiraglia studia l’allenamento del mattino. E’ tutto nel tablet in cui ha caricato i percorsi di gara, anche se poi spiegarlo ai poliziotti in moto che anche oggi devono scortare la Movistar è un’altra cosa. I corridori stanno arrivando alla spicciolata dal garage, nel piazzale ci sono meno tifosi di quanti ce ne fossero ieri. Un cartello nella hall dell’albergo illustra i piani di allenamento delle squadre. La Movistar dovrebbe partire alle 10,30, ma la sensazione è che tarderanno.

L’uscita di Valverde e l’arrivo di Gaviria fanno capire che la squadra spagnola ha cambiato direzione. Fernando è l’uomo da scoprire e per ora appare super entusiasta dell’ambiente e della nuova bici. Il suo arrivo ha comunque spinto il team a cambiare atteggiamento, come ha già raccontato Sciandri all’inizio dell’anno. Ma qui siamo alla prima stretta, domani ci sarà la prima volata e Lastras inizia a sentire la tensione della corsa.

Fernando Gaviria ha 28 anni, colombiano di Medellin. E’ alto 1,80 e pesa 71 chili
Fernando Gaviria ha 28 anni, colombiano di Medellin. E’ alto 1,80 e pesa 71 chili
Com’è avere un corridore come Gaviria in squadra?

Una bella cosa, avevamo bisogno di un corridore così. Dovremo cambiare strategia in corsa, almeno in alcuni giorni. Ovviamente, senza avere un treno. Per una squadra come noi è molto difficile. Abbiamo la cultura dei Giri lunghi, dei Giri piccoli, è questa la filosofia da cambiare. Ma allo stesso tempo Fernando ci ha detto quello di cui ha bisogno.

Di cosa?

Di avere un uomo con lui per gli ultimi 5 chilometri, uno e basta, e quello non abbiamo avuto problemi a metterglielo a disposizione. Il ciclismo cambia. Guardate la Soudal-Quick Step, che ha sempre vissuto con le classiche e gli sprint e ora si ritrova a fare le classifiche dopo la grande vittoria alla Vuelta con Evenepoel. Noi vogliamo cambiare e Fernando ci darà quel cambiamento.

Nella hall dell’hotel Del Bono ogni mattina le squadre affiggono gli orari e i percorsi degli allenamenti
Nella hall dell’hotel Del Bono ogni mattina le squadre affiggono gli orari e i percorsi degli allenamenti
E’ una nuova Movistar quest’anno, senza Alejandro Valverde?

C’è stata una staffetta, che soprattutto l’anno scorso è stata un po’ frettolosa, con la questione della possibile retrocessione. Da fine luglio, tutto agosto, settembre e tutto ottobre, fino al Tour of Langkawi, la squadra ha superato se stessa. E’ questo tipo di impegno ciò che vogliamo.

Prima del Lombardia, Eusebio disse che senza Alejandro si sarebbero aperti spazi per altri corridori.

Totalmente vero. Questa mancanza di Alejandro sarà la stessa di quando se ne è andato Bettini, una similitudine per far capire agli italiani. Ovviamente gli altri corridori devono fare più passi. Siamo stati per tanti anni tutti sotto l’ombrello di Alejandro, anche i direttori sportivi. Con Alejandro le tattiche erano facili, ora dobbiamo avere più creatività per essere più bravi.

Gaviria è arrivato alla Movistar quest’anno, dopo le ultime stagioni alla UAE Emirates
Gaviria è arrivato alla Movistar quest’anno, dopo le ultime stagioni alla UAE Emirates
Avere Alejandro ancora in squadra è un vantaggio per i corridori?

E’ una garanzia totale, per insegnare tutto quello che sa. Alejandro resta una grande star e ora può restituire tutta quella conoscenza alla squadra e allo sport in genere. Sta già facendo tanto con la sua Academy. Ha le sue squadre, mandate avanti da suo fratello, ma a livello professionistico può e deve darci molto. Alejandro è un libro che va letto lentamente, con un bicchiere di buon vino. 

La tua stagione sarà divisa fra uomini e donne?

In questi anni ho cambiato molto, ovviamente, visto che anche il ciclismo femminile è molto forte. Ricevere e restituire. E’ quello che mi ha insegnato Eusebio Unzue e prima di lui Echávarri ed è quello che ho fatto. L’ho fatto inizialmente con la squadra delle ragazze, che ora sono strutturate per andare avanti da sole.

Hai parlato di Echavarri: questa è ancora la sua squadra?

Alla fine le radici non si devono dimenticare, dobbiamo ricordare da dove veniamo. Quindi, c’è una storia da cui veniamo. Il duo José Miguel Echavarri ed Eusebio Unzue. Poi solo Eusebio e ora con lui c’è suo figlio Sebastián. E’ sempre bello avere al comando due persone che si fidano l’uno dell’altro, perché la piena fiducia è la chiave per far funzionare tutto.

Pablo Lastras ha 47 anni ed è stato pro’ dal 1998 al 2015, sempre nella stessa squadra, che da Banesto è oggi Movistar
Pablo Lastras ha 47 anni ed è stato pro’ dal 1998 al 2015, sempre nella stessa squadra, che da Banesto è oggi Movistar
Un’ultima domanda: perché a fine 2021 Villella non è stato confermato alla Movistar?

Non lo so, forse abbiamo preteso troppo da lui. E’ un ragazzo molto bravo, molto serio, laborioso. Non sappiamo cosa sia successo.

Sai che si è ritirato?

Non rimane con la Cofidis? Che peccato…

Lastras scuote il capo. Solleva lo sguardo, come per qualcosa che proprio non si aspettava. I corridori sono arrivati ormai tutti. I poliziotti sono in sella alle moto. Si può partire. Domani inizia la Vuelta a San Juan 2023.

EDITORIALE / Come cambia il mestiere del corridore

16.01.2023
5 min
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Trent’anni fa Sergio Neri scrisse un testo dedicato ai corridori, tracciando la linea guida del loro mestiere. Era denso di valori come viaggio, scoperta, ispirazione, carattere, dedizione, impegno, gusto per la fatica, rinunce fatte per sostenere l’impegno di uno sport che non è gioco, ma la perfetta metafora della vita. Il mestiere del corridore.

«Quando penso agli anni in Belgio con Ballerini – ha ricordato Andrea Tafiricordo il tanto tempo passato insieme a parlare. A spiarci fra noi per capire le scelte tecniche che facevano gli altri corridori. Era bello. Non avevamo lo stress di oggi. Ogni volta che parlo con Bettiol, me lo conferma. Devi essere super concentrato e non basta. E’ cambiato il modo di allenarsi e di correre. Prima ci divertivamo di più, si aveva uno spirito diverso. Ormai però il ciclismo è cambiato, è andato avanti come il mondo».

Con la stagione 2023 in partenza da Australia e Argentina, vogliamo soffermarci su una somma di pensieri che si sono formati nelle ultime settimane, parlando di preparazione, punteggi, vincoli e vite di corridori.

Tafi ha messo a confronto il ciclismo romantico dei suoi anni con quello sfrenato di oggi
Tafi ha messo a confronto il ciclismo romantico dei suoi anni con quello sfrenato di oggi

Come Nibali e Valverde

La vita da corridore nel testo di allora era un fluire faticoso e poetico. E’ ancora così, oppure essere corridori è un asfissiante star dietro a tabelle e rigidità?

Madiot ha parlato del paradosso di Pinot, che ha rifiutato vari strumenti per andare più forte. Come i ritiri in altura cui si è rassegnato un paio di anni fa. Che pur professando la sua voglia di normalità, condivide gli allenamenti su Strava. E che, quando uno degli sponsor della squadra è andato a consegnargli l’orologio per monitorare il sonno notturno, lo ha guardato come fosse un marziano.

Chi ha smesso anzitempo probabilmente non è riuscito a tenere in mano il filo del discorso, lasciando che il mondo fuori si imponesse del suo mondo interiore. Lo ha raccontato benissimo Dumoulin, spiegando come da un certo punto abbia cominciato a perdere il controllo della sua carriera.

I corridori che invece sono durati di più, come ad esempio Nibali o Valverde, sono nati da una base più consapevole. Hanno imparato a dire qualche no. Condividevano la stessa genialità e hanno capito che le fondamenta del lavoro sono rimaste le stesse. Sono cambiati invece il contesto, le velocità, le esigenze e la visione dello sport.

Alla Vuelta del 2022, l’omaggio del gruppo per Valverde e Nibali, alle ultime corse della carriera
Alla Vuelta del 2022, l’omaggio del gruppo per Valverde e Nibali, alle ultime corse della carriera

La fase di passaggio

Se nascevi corridore un tempo, i valori raccontati da Sergio Neri li avevi cuciti addosso. Se sei nato corridore nella fase di passaggio, potresti esserti trovato nei guai. A metà fra il ritmo romantico raccontato da chi c’era e la spinta vertiginosa di chi è già allo step successivo.

E se nasci corridore oggi, preparati per una carriera ad alta velocità, non necessariamente lunghissima. Avrai tanti referenti e pochissimo tempo per ambientarti, ma ti sembrerà normale.

Le eccezioni si chiamano campioni. Evenepoel, Pogacar e Van Aert sembrano capaci di restare in sella senza togliere troppo alla loro normalità. Dipende tutto dalla velocità del processore, da quel che si considera normale e quello che non lo è, quello che è necessario e quello di cui si può fare a meno. Come dare in mano lo stesso smartphone a un sedicenne e insieme a un cinquantenne. Magari il più giovane non saprà spiegarti il perché di certe funzioni o da quali esigenze siano nate, ma è certo che saprà usarlo subito e meglio e con automatismi pazzeschi, senza bisogno del manuale.

Evenepoel e Pogacar: oltre al lato tecnico, la loro grandezza sta nella naturalezza con cui vivono lo sport
Evenepoel e Pogacar: oltre al lato tecnico, la loro grandezza sta nella naturalezza con cui vivono lo sport

Il grosso errore è valutare il presente volendolo uguale al passato. Al massimo, a essere davvero bravi, si può ridisegnare il presente senza dimenticare il passato. Lasciarlo invece in mano agli interessi particolari significa non avere una progettualità e tantomeno il controllo della situazione.

L’interesse di chi?

La tecnologia serve, ma non è tutto. Anche parlando di posizione in sella, si è capito nei giorni scorsi che i sistemi di posizionamento sono utili, ma l’osservazione dell’atleta lo è di più. Se di questo è consapevole chi gestisce la formazione degli atleti più giovani e permette loro di crescere ascoltando la testa prima che i suoi stessi ordini, l’approccio con le loro carriere sarà di vera consapevolezza.

Per questo bisognerebbe stare attenti nel trasformare lo sport di base in un laboratorio al servizio del professionismo: ci sono anche altre esigenze. Gli interessi delle squadre (che puntano a monetizzare i punteggi dei propri talenti), gli interessi dei gruppi sportivi WorldTour (che fanno di tutto per accaparrarsi gli atleti migliori) e gli interessi degli agenti (che guadagnano sulla somma delle percentuali) non distolgano dall’interesse primario: quello del corridore.

Riparte dall’Australia anche Aleotti: talento italiano che corre alla Bora-Hansgrohe a metà fra gregariato e le sue chance
Riparte dall’Australia anche Aleotti: talento italiano che corre alla Bora a metà fra gregariato e le sue chance

Che siano destinati a vivere in un ciclismo romantico oppure matematico, il dato oggettivo che resta è uno solo: troppi passano, tanti smettono e altrettanti non hanno la carriera che avevano lasciato intuire. Villella è andato forte nell’italiana Liquigas, si è perso nelle squadre straniere in cui è andato dopo.

Il pretesto per cui ciò accade è il principio per cui sia giusto dare a tutti la possibilità di partire e di provarci. Guai pensare di porvi un freno. Ma ci siamo chiesti se davvero tutti siano pronti per riceverla o se ne abbiano davvero bisogno.

Bahrain addio, Sanchez si riprende l’Astana

30.12.2022
6 min
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In un’intervista rilasciata in Spagna poco dopo il ritiro di Valverde, Luis Leon Sanchez ha raccontato che sua moglie Laura ha fatto per lui una previsione. Dato che è sulla bici da quando aveva cinque anni, il momento del ritiro per lui potrebbe essere davvero pesante. E adesso “Luisle”, il sorriso più buono del gruppo su un fisico ogni anno più scolpito e potente, abbassando lo sguardo ammette che potrebbe essere proprio così. Sono gli ultimi giorni del ritiro di Altea, dopo le Feste si ripartirà dal Tour Down Under.

«Quando ero giovane – dice – non mi aspettavo di arrivare a questa età ed essere ancora professionista. Sai, alla fine mi piacciono troppo questo sport e questa vita, ma devo vedere il mio ruolo e devo pensare alla famiglia. Mia moglie è da sola con tre bambini, per lei non è facile. Tanti mi dicono che quando scenderò dalla bici dovrei fare il direttore sportivo. Ma i direttori sportivi passano molti giorni fuori casa e se io smetterò di correre, sarà per stare più tempo a casa. Non so se cercherò un ruolo come quello…».

San Sebastian 2012, vince Sanchez. I complimenti di Vinokourov, suo compagno nel 2006 e oggi suo datore di lavoro
San Sebastian 2012, vince Sanchez. I complimenti di Vinokourov, suo compagno nel 2006 e oggi suo datore di lavoro

Sanchez è passato professionista nel 2004 ed è ancora qui. Vincente, gregario: qualsiasi sia stato il ruolo che gli hanno assegnato, ha saputo interpretarlo senza che qualcuno abbia potuto lagnarsene. Ha lavorato per Valverde, per Nibali e per Aru. Un metro e 86 per 74 chili, ha vinto per due volte la Clasica San Sebastian, 4 tappe al Tour, una Parigi-Nizza e il Tour Down Under. E oggi che è tornato alla Astana Qazaqstan Team dopo il breve passaggio alla Bahrain Victorious, il suo ruolo è quello di dare l’esempio e gli riesce benissimo.

Un anno di contratto e l’opzione per il secondo…

Sono fortunato ad avere l’appoggio della mia famiglia per cui quando sono in ritiro oppure in gara, la tranquillità è sapere che loro stanno bene, che i ragazzi stanno con la loro mamma. E’ la tranquillità che a volte manca al professionista e gli impedisce di fare il suo lavoro al 100 per cento.

Con Valverde (e Fuglsang) sul podio della Valenciana 2018: i due spagnoli sono cresciuti insieme
Con Valverde (e Fuglsang) sul podio della Valenciana 2018: i due spagnoli sono cresciuti insieme
Soffri di… longevità come il tuo amico Valverde?

Alejandro è un corridore che ho visto vicino a me per tutta la carriera. Si è fermato a 42 anni, ma lui è un grande campione che ha vinto più o meno tutto. Alla fine la sua vita è stata sempre quella di un atleta, anche quando andava in vacanza e mangiava solo riso e pollo. Io non riuscirei a fare sempre così, se non quando è necessario.

Vuoi dire che si può durare tanto senza essere attenti in modo maniacale?

Non ho detto questo. Mi prendo cura di me 365 giorni all’anno. Non mi rilasso per un mese, non me lo posso permettere. Preferisco andare in bicicletta tutti i giorni che posso, per muovermi. Cammino e gioco a tennis perché il mio corpo non si addormenti e tornare alla routine di allenamento non diventi pesante. Il fatto che gli atleti professionisti durino più a lungo ha a che fare con la loro professionalità. Ora sono di nuovo all’Astana, vedremo cosa potrò fare.

In fuga verso Sierra de la Pandera alla Vuelta 2022: Sanchez con Champoussin e Lutsenko
In fuga verso Sierra de la Pandera alla Vuelta 2022: Sanchez con Champoussin e Lutsenko
Che cos’è per te questa squadra?

Una famiglia, mi trovo troppo bene. E’ facile lavorare con loro. Se c’è qualcun problema, trovo subito la soluzione. Prendo il telefono e chiamo Martinelli, oppure Mazzoleni o Rachel, la dottoressa, o chiunque altro di cui abbia bisogno. Mi sono trovato bene sin dal primo giorno in cui ci sono arrivato, anche con Vinokourov che tanti anni fa è stato mio compagno alla Liberty Seguros. Sono contento di ritrovarlo nella sua squadra.

Infatti quando Vino fu allontanato, tu te ne andasti…

Andai via perché c’era una situazione diversa. Non c’era grande stabilità economica, tanto che partimmo in 15. Non era più la squadra di Vinokourov, ma la dirigeva una donna che si chiama Yana Seel. Era una situazione troppo diversa e alla fine, quando è finito quell’anno e Vinokourov è tornato, ha parlato anche con me. Ha detto che non era possibile rompere l’accordo con la Bahrain, per cui sono rimasto per un anno di là e ora sono di nuovo qui. Contento di esserci.

Con Landa alla Vuelta in maglia Bahrain: i due avevano già corso insieme all’Astana
Con Landa alla Vuelta in maglia Bahrain: i due avevano già corso insieme all’Astana
I corridori più giovani ti vedono come un punto di riferimento.

Sono contento. Lo so che non sono giovane, ormai sono quasi il più vecchio del gruppo. Per cui sono contento di essere un uomo di riferimento per loro e di poter fare qualcosa per aiutarli. Sono qua anche per questo, per riportare positività e far crescere la squadra.

TI guardi intorno e cosa vedi?

Un ciclismo diverso, come il resto del mondo. Le velocità sono più alte, sono cambiati i rapporti e anche le ruote sono più veloci. Sono dovuto cambiare anche io. Una volta i massaggiatori preparavano il riso o i cereali per dopo la gara. Ora è tutto molto diverso, anche la pasta viene pesata, i carboidrati vengono dosati e si fa tutto perché il corpo possa dare di più. Per questo i corridori giovani hanno numeri incredibili, delle velocità molto alte. Io ricordo di quando sono passato professionista e i primi due mesi andavamo in gara per prendere un po’ di ritmo. Invece adesso arriviamo al Down Under o a Mallorca o in Argentina e si va subito tutti a tutta dal primo giorno.

Al Beghelli del 2017 vince e dedica la vittoria a Scarponi, scomparso pochi mesi prima
Al Beghelli del 2017 vince e dedica la vittoria a Scarponi, scomparso pochi mesi prima
Non avere un grande capitano cambia qualcosa?

La squadra è diversa. In passato il nostro obiettivo è sempre stato vincere un grande Giro con Nibali, con Fabio. Ci siamo arrivati vicino con Landa, con Miguel Angel Lopez. Ora non abbiamo grandi campioni da difendere, vediamo dove arrivano Lutsenko e qualche giovane. Ma il nostro ruolo deve cambiare e un po’ anche la mentalità.

Hai parlato di Nibali e di Aru che ti ricordi di loro?

Sono stati due corridori diversi. Nibali dava la tranquillità di un uomo che ha vinto tutto. E tu accanto stavi tranquillo perché sapevi che quando lui si metteva una gara in testa, si vinceva o si andava vicini a vincerla. Fabio invece era impulsivo, un corridore con cui non era facile stare calmi. Quando ha vinto la Vuelta si è tranquillizzato un po’, ma per il resto erano due mondi completamente diversi.

Ti aspettavi che Fabio smettesse così presto?

No e neanche saprei dare una spiegazione. Alla fine è stata una decisione sua e della sua famiglia, sua e di sua moglie. Ha deciso e ne sarà felice. Io non so se ci riuscirei, ma è la mia mentalità. Io continuo perché ho voglia di farlo, mentre lui ha deciso fermarsi. E’ vero però, come dicevo, che quando smetterò probabilmente non farò il direttore sportivo per stare a casa con la mia famiglia.

Da dove cominci?

Cominciamo in Australia, mi piace cominciare presto. Vivo vicino a Murcia e sono fortunato che il tempo è buono, non piove troppo. Così riesco ad allenarmi bene per cominciare forte l’anno. E se comincio forte, magari non mi peserà essere il nonno del gruppo.

La corsa è finita, pensieri e parole del nuovo Valverde

20.10.2022
7 min
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Se Nibali ha ammesso di aver seguito la presentazione del Giro con occhi da corridore, figurarsi che cosa avrebbe potuto dire Alejandro Valverde che da lunedì sarà in ritiro con la Movistar, prima di andare in Giappone per correre i circuiti del Tour e poi finalmente in vacanza.

«Mi sto riposando per quello che mi lasciano – racconta con voce rauca dalla Spagna – non mi fermo mai. Si va di qua e di là, tanti impegni. Non ho ancora capito di aver smesso, perché come è iniziata, la stagione poi è finita e uno non lo nota. Quando comincerà il prossimo anno, allora forse me ne accorgerò…».

Tre Valli Varesine, un Valverde pimpante per le ultime corse in Italia
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Bottino di 144 vittorie

Alejandro Valverde, spagnolo di Murcia, 42 anni. Alto 1,77 per 61 chili. Professionista dal 2002 al 2022, con 144 vittorie al suo attivo, fra cui 4 Liegi, 5 Freccia Vallone, la Vuelta e un mondiale. Alla fine ha scelto di ritirarsi, come Nibali che ha 4 anni in meno e di Rebellin che ne ha 9 di più.

«Era tempo di fermarsi – ammette – perché non aveva senso aspettare ancora. Però è certo che interiormente mi sento capace di correre ancora almeno per un altro anno. Il fatto è che non è necessario. Ci sono quelli che non riescono a smettere. Io credo che continuerò a fare sport, non voglio cambiare. Continuerò a vivere come ora, ma senza gare e senza stress. Magari non avrò un obiettivo da raggiungere, però la mia routine sarà molto simile a quella di adesso».

Per Valverde e Nibali, l’omaggio dei corridori della Vuelta
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Il sesto posto al Lombardia è stato una vittoria mancata o un bel modo per salutare?

Il miglior modo per salutare. In generale, in tutte le corse fatte in Italia, tutta la settimana che siamo stati da voi è stata buona per me e per la squadra. Ce la siamo goduta molto. Il verbo “disfrutar” è sempre stato la mia regola.

Ci sei sempre riuscito?

Quasi sempre. E’ certo che sulla bici si soffre e a volte non la vivi come vorresti, perché magari non ti trovi bene e il tempo non ti passa come vorresti. Però in generale, il 95 per cento della mia carriera me la sono goduta.

Tanti corridori a fine carriera smettono di vincere perché non riescono più a fare le necessarie rinunce. Come è stato pe te?

Il ciclismo è stato sacrificio, però è certo che non mi è mai costato tanto. Lo sopportavo abbastanza bene. Il fatto di curarmi mi faceva stare bene, semmai stavo male quando non ci riuscivo. Mi dava piacere perché stavo facendo le cose nel modo giusto e poi non restava che dimostrarlo sulla strada. Il fatto di riguardarmi a tavola, per esempio, mi piaceva.

Il Giro di Lombardia è stato l’ultima corsa di Valverde a 42 anni
Il Giro di Lombardia è stato l’ultima corsa di Valverde a 42 anni
Unzue ha parlato di un ruolo per te nella Movistar del futuro: tu cosa pensi?

Per ora abbiamo il ritiro a partire da lunedì e ci sarò anche io. Definiremo quale sarà il mio ruolo nella squadra. Vedremo. Credo che sia importante il fatto di esserci, seguire le corse. Potrei occuparmi dell’immagine all’interno della squadra per il gruppo Telefonica, staremo a vedere.

SI dice che Mas al Tour abbia pagato la tua assenza, pensi sia possibile?

Di Mas me lo hanno detto tanti, anche Eusebio Unzue. Il fatto di avermi accanto può essere che gli portasse tranquillità, non solo a lui, ma a tutta la squadra. Non so di preciso cosa gli sia successo perché non ero lì. Ma è certo che ha avuto un cambio di chip molto buono. Dopo il Tour era già un altro Enric.

Hai vinto tutte o quasi le grandi classiche e anche una Vuelta. Significa che se avessi voluto, saresti potuto essere un uomo da Giri?

La Vuelta mi è sempre piaciuta molto. Il fatto di averla vinta mi ha permesso di dimostrare che potevo essere un corridore di tre settimane. Non solo perché l’ho vinta, ma perché ho anche fatto dei secondi posti, un terzo, il podio al Tour, varie volte quarto, terzo al Giro. Sono stato un corridore da classiche, ma anche da grandi Giri, per il fatto di essere sempre stato nei primi dieci.

Nel 2009, Valverde vince la Vuelta su Sanchez ed Evans
Nel 2009, Valverde vince la Vuelta su Sanchez ed Evans
Avresti mai potuto per un anno puntare tutto su un Giro e non pensare ad altro?

Mai. Non avrei potuto rinunciare a tutto per un solo Giro. Sarebbe stato difficile non provare a vincere altre corse come le classiche. Non mi sarebbe piaciuto puntare su un solo obiettivo tutto l’anno. Non mi piace, ho sempre preferito lottare su più traguardi. Una sola corsa all’anno non è per Alejandro.

Ti ha dato più allegria la Liegi o il mondiale di Innsbruck?

Più il mondiale della prima Liegi. Il mondiale è la vittoria che mi ha dato più felicità, che mi sono goduto di più.

Pozzovivo ha detto che per confrontarsi con i giovani fortissimi di adesso è stato costretto a lavorare molto di più…

Io come lui. Il ciclismo è molto più esigente di quanto fosse prima. Il livello al top si è alzato, ma anche quello intermedio. Se vuoi essere competitivo, devi curarti molto di più, devi allenarti di più e riposarti di più. Devi fare tutto più di prima.

Ed era meglio prima oppure adesso?

Prima il ciclismo era diverso e mi piaceva. Ora è diverso, però mi piace più quello di adesso.

Sul traguardo della quarta Liegi, indicasti il cielo dedicandola a Scarponi. Pochi anni prima la tua squadra aveva salutato Xavi Tondo. Com’è stato lasciare lungo la strada degli amici?

La verità è che è difficile quando perdi compagni e amici così buoni, è molto triste. Però questa è la vita, a volte viene il meglio e a volte il peggio. Devi affrontarla come viene. Mi sono divertito molto con loro, abbiamo passato un buon tempo insieme e spero, dovunque siano, che seguitino a volerci bene e a divertirsi guardandoci.

Farai un po’ di vacanze dopo il ritiro della prossima settimana?

Abbiamo un viaggio a Singapore, quindi a Tokyo per i criterium e andremo solo io e Natalia. Poi andremo in Costa Rica e al Giro de Rigo con tutta la famiglia. Tutti meno Alejandro, che ha una partita. Il calcio gli piace molto.

La quarta Liegi, nel 2017, è un tributo per Michele Scarponi: dita al cielo
La quarta Liegi, nel 2017, è un tributo per Michele Scarponi: dita al cielo
Piuttosto, cosa dicono a casa della tua scelta di ritirarti?

I miei figli vorrebbero che corressi ancora. Però sono contenti che finisco e sono contento di passare più tempo con loro.

Continuerai a raderti le gambe?

Non mi farò mai crescere i peli. Continuerò a depilarmi, non riesco a immaginare le gambe con i peli lunghi. E’ brutto vedere un ciclista con i peli.

Sarà strano andare alle corse e non trovare più Nibali e Valverde.

Sarà strano anche per noi, ma dobbiamo tutti abituarci alla novità. Ce la faremo, alla fine ci abituiamo a tutto

Ultimo massaggio della carriera e ringraziamento su Instagram per l’amico Escamez (foto Instagram)
Ultimo massaggio della carriera e ringraziamento su Instagram per l’amico Escamez (foto Instagram)
Te ne vai con un buon sapore in bocca?

Gli ultimi giorni mi hanno dato tanta allegria. Perché come ho detto prima, le sensazioni erano molto buone. Le mie e anche quelle della squadra. Quando uno sta bene e si diverte, va tutto bene. Mi dico: «Cavoli mi ritiro con un grande livello e potrei fare un anno in più». Però è meglio ritirarsi così e la gente ti ricorda come uno che si è ritirato quando era ancora in cima, piuttosto che ti ricordi perché non andavi più avanti.

Una risata. L’appuntamento alle prossime corse. Poi in sottofondo le voci dei ragazzi lo richiamano in modo fragoroso. Benvenuto nella tua vita normale, grande “Bala”, sarà sempre un piacere parlare con te.