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Nella testa di un velocista: 6 minuti nel matrix con Angelo Furlan

04.03.2022
6 min
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Nella testa di un velocista, guida d’eccezione Angelo Furlan, 17 vittorie da professionista (in apertura quella del Delfinato 2009 su Boonen) e oggi coach, biomeccanico e organizzatore di academy per bambini con AngeloFurlan360. Ci aveva incuriosito un suo post su Facebook su cosa significhi essere uno sprinter.

«Essere velocisti – ha scritto il 20 febbraio – ogni anno 365 giorni di sacrifici per 20 secondi di puro orgasmo e poi… riparti da capo. Tanto dura quanto affascinante. Non ho rimpianti, ma l’ultimo km… Sì, quello mi manca da matti; l’adrenalina le endorfine… Rifarei tutto dalla A alla Z. Il ciclismo è la vita amplificata; è scuola di vita accelerata all’ennesima potenza. Niente scuse impari a dover prendere decisioni sotto pressione in un millesimo di secondo, sgomitare, evitare le cadute, ad assumerti le tue responsabilità nelle sconfitte e nelle vittorie… Impari a non trovare scuse. Impari ad impegnarti di più senza trovare alibi».

Per scaricare l’adrenalina, oggi Furlan si dedica alle discese in mountain bike (foto Facebook)
Per scaricare l’adrenalina, oggi Furlan si dedica alle discese in mountain bike (foto Facebook)

Dimensione matrix

Poteva bastare ed è piaciuto di certo ad oltre 700 follower. Si capiva però che ci fosse dell’altro. Per cui abbiamo accettato di fare un giro nella sua testa, scoprendo quello che Angelo definisce il matrix.

«Velocista non smetti mai di esserlo – dice – sono otto anni che ho smesso e applico tutto quello che ho imparato. Ci sono continue analogie tra la vita del corridore e quella del lavoro, dai corsi che organizzo agli altri progetti. Però mi manca l’adrenalina dello sprint. Il frizzantino di quando entri in quel matrix e trovi la pace dei sensi in quella fase che agli altri provoca terrore. Ti annusi con gli altri, riconosci i loro movimenti. Anche nella vità è così. Ti sposti a destra, vai a sinistra, freni e rilanci. Lo scalatore va in bici per il panorama, noi per quell’adrenalina. Credo di poter dire che di base il velocista sia bipolare».

Quel pizzico di follia che affiora nelle foto sui social assieme a Ferrigato per promuovere inziative
Quel pizzico di follia che affiora nelle foto sui social assieme a Ferrigato per promuovere inziative
Spiegati meglio.

Il velocista vive di paradossi. E’ una persona calmissima, nasconde agli altri il mondo che ha dentro. Come nel film “A Beautiful Mind”. Per essere velocista non basta avere gambe grosse e picchi altissimi, peraltro una tipologia di velocista che sta sparendo. Devi avere qualcosa dentro, una sorta di settimo senso. Non so come spiegarlo. Velocista si nasce e non si smette di esserlo. Lo vedo quando sono in macchina e quello davanti sbaglia una curva o mi scopro a immaginare la traiettoria più breve per arrivare prima.

Lo tiene nascosto fino a un certo punto, hai mai osservato gli occhi di un velocista?

No, cosa fanno?

Anche quando è a riposo, non stanno mai fermi. Sono veri scanner. Come si fa a convivere con quest’ansia?

Devi trovare il modo per sfogarla, altrimenti diventa qualcosa di pericoloso. Io ad esempio prendo la mountain bike e faccio le mie belle discese a filo di rocce. Pratico sport che richiedono un’attenzione estrema. Se in qualche modo non liberi la bestia che hai dentro, rischi la tristezza o di andare giù di testa.

Quando c’erano Cipollini e Petacchi – dice Furlan (a destra in maglia Alessio) – il terzo era quello che sopravviveva ai colpi del finale
Con Cipollini e Petacchi – dice Furlan (a destra in maglia Alessio) – il terzo era quello che sopravviveva ai colpi del finale
Un tuo collega un giorno raccontò che in volata sembra di vivere tutto al rallentatore.

Diventa tutto chiaro, hai i sensi così amplificati che riesci a vedere anche quello che succede alle tue spalle. Capisci chi frena, chi si sposta. Io lo chiamo il matrix…

Ce lo racconti?

Entri in un’altra dimensione. Adesso mi prenderanno per matto, ma mi è capitato più volte di vedermi dal di fuori. Raggiungevo lo stesso tipo di introspezione nelle tappe alpine, in cui la scelta era fra morire o staccare l’anima dal corpo. Di solito era la seconda, perciò mi risvegliavo dopo un’ora e mezza che in qualche modo ero rientrato nel tempo massimo ed ero arrivato in hotel. E sì che per noi anche la volata era una fase eterna. Quando c’erano Cipollini e Petacchi con i loro treni, noi altri arrivavamo alla volata già finiti. Il terzo era quello che usciva dall’incontro di boxe fatto di gomitate e scatti per tutti gli ultimi 10 chilometri. Garzelli un giorno venne a dirmi che non si capacitava di come facessimo.

Alla Parigi-Tours del 2010, secondo dietro Freire, terzo Steegmans: sul podio, gradini invertiti
Alla Parigi-Tours del 2010, secondo dietro Freire, terzo Steegmans: sul podio, gradini invertiti
Cosa succede quando guardi una volata in tivù?

Mia moglie dice ai bambini di uscire dalla stanza perché papà ha da guardare la volata. E io mi trasformo.

Potresti avere la bestia dentro perché pensi di non aver dato tutto?

No, in realtà no. Ho fatto 13 anni da professionista e sempre al massimo livello. Ho smesso per restare in famiglia. Non ho nostalgia del preparare la valigia e per questo non ho fatto il diesse, ma sapevo che quella parte non sarebbe più tornata. Smettere è stato un inizio. Sono sempre nel ciclismo e la seconda carriera mi sta dando quasi più soddisfazioni della prima. L’unica cosa che mi brucia è quando Freire mi passò sul filo alla Parigi-Tours del 2010.

Furlan racconta che in salita scindeva l’anima dal corpo per riuscire ad andare avanti
Furlan racconta che in salita scindeva l’anima dal corpo per riuscire ad andare avanti
Ti capita mai di fare volate con gli amici?

Sì, ma devo stare attento, perché mi si chiude la vena e rischio di fare disastri (ride, ndr). Mi sono allenato per una vita con Fabio Baldato, che è un amico al pari di Andrea Ferrigato. E dopo un po’ che pedalavamo, Fabio mi faceva spostare sulla sinistra perché non mi rendevo conto sistematicamente di dargli gomitate e di spingerlo verso il ciglio.

Ci voleva pazienza con te…

Qualcuno ti sceglie per essere velocista. Quando vedi una riga che taglia la strada, chiunque o qualsiasi cosa si frapponga fra te e lei, è un nemico. Non distingui più i colori, vedi solo la riga. Alla Vuelta del 2002 in cui vinsi due tappe, non volevo i compagni davanti, ma dietro, per dirmi cosa accadesse alle mie spalle.

Il contrario del treno…

Ero un velocista da trincea, le volte che ho vinto con il treno non sono state altrettanto belle.

Greipel ricorda ogni volata? Possibile. Qui il tedesco lo batte al Turchia del 2010
Greipel ricorda ogni volata? Possibile. Qui il tedesco lo batte al Turchia del 2010
Petacchi ammise di non essere un velocista, ma un corridore potente che con il treno diventava imbattibile.

Analisi corretta, anche se un po’ di predisposizione deve esserci. Pozzato poteva essere come Petacchi a livello di numeri, ma non faceva le volate perché aveva paura. Lo stesso Cancellara oppure Backstedt.

Di recente Greipel ci ha detto di ricordare tutte le volate che ha vinto.

Ha ragione. Io ho rimosso dalla mente tante salite che ho fatto, ma delle volate ricordo anche gli odori.

Malori

Preparare una crono, Malori insegna

04.10.2020
4 min
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Cronometro individuale: una corsa contro il tempo, una corsa contro se stessi, era il regno di Malori. Adrenalina, potenza, intelligenza. Tutto si fonde in questa speciale disciplina del ciclismo. L’emiliano, un grande ex della specialità, ci spiega alcune cose, partendo da quanto visto nella crono di Monreale.

Adriano smise di correre nel maggio del 2017 in seguito alla bruttissima caduta in Argentina al Tour de San Luis un anno prima. Finì in terapia intensiva con frattura della clavicola e trauma cranico e facciale. TOrnò in bici, ma scoprì che nulla era come prima. Cadde ancora. E alla fine la piantò lì. Oggi gestisce un centro di preparazione al ciclismo, che segue i clienti a 360 gradi, dal posizionamento in bici ai comportamenti da tenere in gara. E di “consigli” noi glieli chiediamo per capire come si approccia una crono.

Malori
Malori in riscaldamento per la crono iridata di Richmond 2015 che concluse secondo
Malori
In riscaldamento ai mondiali di Richmond 2015
Adriano, come ci si prepara a gestisce uno sforzo così intenso? Serve pelo sullo stomaco per mettere le mani sulle protesi a 100 all’ora come a Palermo…

Paradossalmente una prova come quella di Monreale è più facile di quel che sembra. C’è infatti molta adrenalina che fa spingere e travolge tutto. Era una di quelle crono che quando arrivi non ti ricordi i primi 5 chilometri. 

A Monreale però si partiva in salita…

Bisognava partire forte, sapendo che nel tratto in salita non si doveva perdere più 5 secondi. Avrei dato tutto. Avrei rifiatato nel pezzo in discesa. E nel finale sarei andato al massimo.

Il tratto in discesa non era così decisivo nonostante quei rapporti lunghi?

In ogni caso la forza che si imprimeva sui pedali era meno che quella in salita o nel finale. Chi andava piano lì andava, che so, a 80 all’ora; chi andava forte a 85. In salita chi spingeva andava a 40, chi andava piano andava a 30, forse. Se si guarda a Ganna, nello specifico, lui aveva dalla sua una posizione perfetta e un peso che lo ha aiutato soprattutto nella stabilità.

L’approccio. Come vanno gestite la vigilia e il pregara?

Ha molta, moltissima importanza la ricognizione. Per una crono di quella lunghezza, io avrei visto il percorso non meno di 4-5 volte. Avrei studiato le curve, soprattutto per uno che come me in discesa non era un drago. Si fa una cena leggera e una colazione normale. Un giro in bici di nuovo sul percorso e se possibile per tornare in albergo avrei cercato di fare una mezz’ora dietro macchina. A pranzo, solo del riso. Circa un etto e mezzo. Solo riso perché non dà il picco glicemico e riempie con poco. Niente verdure. E’ una tecnica che provammo in Movistar e ci trovammo bene.

E il riscaldamento?

Una fase determinante. Varia in base alla lunghezza della crono e anche dalle condizioni del corridore. In generale oscilla tra i 30 e i 45 minuti. Se le sensazioni sono buone, se senti la gamba pronta subito si fa un po’ meno. Si fanno delle progressioni fino alla soglia molto lentamente. Io ne facevo sei e l’ultima finiva a 8′ dal via. Gli ultimi 5′ in scioltezza mettevo guanti e casco da crono.

Quindi ci si scalda col body da crono?

I primi tempi lasciavo la parte superiore del body penzolante. Poi da quando ero alla Movistar e i body erano molto più aderenti direttamente col body. Infilarlo da sudati era impossibile.

Il riso, fonte di carboidrati ideali prima della crono
Il riso è ideale prima della crono
E la gara quindi come si gestisce?

Una crono come quella di Monreale non si gestisce. Si va a tutta. In una più lineare invece nei primi chilometri si guarda ai watt perché tra adrenalina e gamba fresca se ci si affida alle sensazioni si spende troppo anche se non sembra. Dopo i primi 5 chilometri si aumenta.

Parli spesso di adrenalina, perché?

Perché in una crono è tanta. Soprattutto per gli specialisti. L’adrenalina può far bene, ma anche mandarti fuorigiri. Io avevo una tecnica. All’inizio mi affidavo al computerino, poi aumentavo e nel finale quando le gambe iniziavano a cedere pensavo alle cose che mi avevano fatto girare le scatole. In questo modo riprendevo quei 2-3 watt che magari mi facevano guadagnare un paio di secondi.

Quanto sono importanti i feedback dei compagni, mentre magari tu sei ancora in fase di riscaldamento?

Tanto. Di solito se si hanno specialisti o uomini di classifica si chiede a un compagno di fare questo o quel tratto a tutta. Serve per valutare i tempi di percorrenza, i reali approcci alle curve, per conoscere il vento. In una crono del 2015 in Algarve, che persi per due decimi da Tony Martin, fu importante ricevere le “dritte” di Amador. In un tratto sapevamo esattamente quanto stavamo andando forte rispetto agli altri.